
| Essere
Missionari di Barry Fischer, C.PP.S. |
| Orientamenti
nella Missione oggi di Robert Schreiter, C.PP.S. |
| Formare
la Parrocchia Missionaria di Thomas Hemm, C.PP.S. |
| Fondazione
di una nuova Missione
di Willi Klein, C.PP.S. |
| Essere
Missionario in un Paese non Cristiano di John Bosco, C.PP.S. |
|
Missionario
per tutta la vita |
Essere Missionari
di Barry Fischer,
C.PP.S.
Non posso mai dimenticare quel giorno del mese di maggio del 1969, quando la
comunità di St. Joseph's College, nell'Indiana, si radunò nella
College Ballroom per celebrare una eucaristia festiva, per dare la commissione
ad un altro seminarista insieme a me, di partire per il Perù e cominciare
la nostra esperienza delle missioni estere. Il Provinciale, P. John Byrne, dopo
la sua omelia, ci presentò tutti e due con un crocifisso, a simboleggiare
il nostro essere mandati dalla Congregazione.
L'immagine del
"missionario" ha evocato, per lungo tempo, nella mente della gente,
una figura quasi mistica, eroica, di uno che si avventura in terre esotiche
per diffondere la fede tra avversità e sacrifici.
Alla fine del secondo millennio, i concetti di missione e di missionario stanno
subendo radicali cambiamenti., Viviamo in tempi nei quali la Chiesa tutta intera
è diventata più cosciente della sua base fondamentalmente "missionaria"
e ogni cristiano battezzato, uomo e donna, è missionario a partire dalla
sua chiamata alla vita cristiana. In tale contesto c'è bisogno di riguardare
al nostro modo di capire che cosa significa l'essere una "congregazione
missionaria".
Dobbiamo capire noi stessi all'interno della missione universale della Chiesa e, allo stesso tempo, scoprire quale può essere il nostro contributo unico a quella missione, nella luce della spiritualità del Prezioso Sangue.
Siamo coinvolti nel processo di riscoperta del nostro carisma missionario come parte della nostra identità.
I nostri Testi
Normativi recitano: "Chiamati a partecipare alla missione di Cristo nel
mondo, i membri della Congregazione, animati dal mistero del Sangue di Cristo
e vivendolo con consapevolezza, si sforzano continuamente di raggiungere la
conformità con lui nella formazione umana, cristiana, comunitaria e apostolica
per servire meglio il Regno di Dio" (C28).
Inoltre, il Santo Padre, nella sua Esortazione Apostolica "Vita Consecrata",
scrive che le Congregazioni vivono la loro missione secondo il carisma specifico
di ciascun istituto (Cf. N. 36-37, 52).
Abbiamo bisogno di focalizzare il nostro interesse sulla partecipazione alla
missione della Chiesa dalla parte del nostro carisma proprio, come "Missionari
del Prezioso Sangue". Il "Profilo del Missionario CPPS", elaborato
durante il Workshop dei Formatori del 21992, recita: "Il Sangue di Cristo
è al centro della vita e del ministero del Missionario. Il segno dell'amore
di Dio dà la definizione (descrizione, chiarificazione) alla comprensione
del missionario del regno di Dio, al quale siamo chiamati e inviati, e al messaggio
e alla parola che proclamiamo".
Il missionario è uno che è "Mandato". Ci chiediamo,
allora: Da chi siamo mandati? E a chi siamo inviati? Il Sangue di Cristo diventa
per noi la mediazione della chiamata di Dio, che ci riunisce in comunità
per una particolare missione.
CHIAMATI DAL SANGUE, MANDATI DAL SANGUE
Noi viviamo, oggi, nella cultura della morte nella quale il sangue di tanti innocenti viene sparso ogni giorno nei bambini abortiti, nella guerra, nella pulizia etnica, nelle persone costrette ad abbandonare la loro terra, nelle mani di coloro che cercano ricchezza e potere, nelle vittime dei sistemi economici che emarginano milioni di persone, condannandole alla morte per fame o a una vita ai margini della sopravvivenza e che ha poco di "umano". Cristo continua lo spargimento del suo Sangue nel sangue degli innocenti di oggi.
E' il sangue di
Abele sparso ogni giorno che bagna la terra che noi calpestiamo. Il Santo Padre,
nell'Enciclica Evangelium Vitae descrive nei dettagli questa cultura della morte
e invita tutti i Cristiani e le persone di buona volontà ad ascoltare
"la voce del sangue di tuo fratello che grida dalla terra".
Egli parla poi del Sangue Prezioso come della risposta di Dio al grido del sangue
di Abele, come della sorgente della redenzione perfetta e del dono della vita
nuova (N. 25). Egli rivolge un appello urgente a tutti i cristiani e alle persone
di buona volontà di proclamare il Vangelo della Vita (N. 82-84).
Come Società
di Vita Apostolica che porta, nella Chiesa, il nome del Prezioso Sangue, noi
siamo chiamati ad essere una voce viva del Sangue di Cristo, che grida dalla
terra nel sangue di coloro che soffrono oggi! Questa può essere per noi
una via per mettere a fuoco la nostra identità e la nostra missione,
una via che oltrepassa i confini della cultura e della lingua, una via per capire
noi stessi in qualsiasi apostolato o ministero siamo impegnati.
Domande come queste: "Dove ascoltiamo noi il grido del sangue nella nostra
situazione o contesto particolare?", e "In che modo possiamo noi rispondere
a quel grido nei nostri ministeri?", diventano delle domande che ci aiutano
a focalizzare la nostra missione nella prospettiva della nostra identità
del Prezioso Sangue. Sono delle domande che possono unirci nel momento in cui
cerchiamo di rispondere con fedeltà creativa al nostro carisma.
Allo stesso modo in cui il grido del sangue di Abele mosse Dio a compassione
e a intervenire per liberare l'umanità da tutto ciò che la opprime,
allo stesso modo siamo noi chiamati all'impegno. Noi che ascoltiamo il grido
del sangue siamo chiamati a rispondere a quel grido con il Sangue di Cristo,
un sangue che parla di alleanza, di croce, di riconciliazione!
Le circostanze possono essere differenti da un posto all'altro e da una cultura
ad un'altra, ma dovunque ci troviamo, e in qualunque ministero noi siamo impegnati,
il grido del sangue sale proprio dalla terra che noi calpestiamo!
Noi, Missionari del Prezioso Sangue, siamo chiamati in una maniera tutta speciale ad essere "memoria vivente", voce dei senza voce, coscienza critica della società e della chiesa, così che essi non rimangano muti e indifferenti al grido del Sangue di Cristo oggi.
MOBILITA' E FLESSIBILITÀ'
Storicamente,
all'inizio della nostra Congregazione, la nozione di "missionario itinerante"
era assai prevalente. Gaspare e i suoi compagni venivano e andavano dalla città
nelle campagne, attraversando gli Stati Pontifici, predicando le missioni popolari
e guidando esercizi spirituali. Oggi, il nostro concetto di missionario è
stato ampliato e noi siamo sfidati a comprendere "l'itineranza missionaria"
all'interno del contesto della missione della Chiesa e nella fedeltà
creativa al nostro carisma.
La minaccia più grande per la nostra identità è la tendenza
a diventare dei "sistemati", sia come individui che come istituto,
e questo può essere dovuto o a un senso di prudenza, di paura, di esaurimento,
oppure alle minacce esterne che limitano la nostra attività pastorale,
oppure semplicemente alla mancanza di creatività.
Udire il "grido del sangue" è sconvolgente! Esso disturba la
nostra pace e sfida i nostri comfort e le nostre sicurezze. Dovremmo desiderare
di essere guidati, in risposta al grido del Sangue che promana per noi dalla
terra. Questa volontà di essere guidati richiede da noi una libertà
interiore e una spiritualità dell'esodo, una vera kenosis. E' il Sangue
che ci condurrà "là dove noi piuttosto non vorremmo andare"
(Gv 21, 20ss). I poveri e i sofferenti saranno le nostre guide. I reietti dalla
società diventano la pietra d'angolo, il centro del nostro apostolato
e della nostra missione.
Fare questo, significa vivere in obbedienza al Grido del Sangue, la chiamata
più radicale e fondamentale di un missionario del Prezioso Sangue.
Noi siamo chiamati a rinnovare i nostri impegni apostolici, a vivere nuovi stili
di vita di comunità e di apostolato, in risposta a questa chiamata del
Sangue. Questa obbedienza è una sfida per noi a diventare più
"missionari" in tutti i nostri sforzi apostolici.
Una Comunità Missionaria è quella che sta sul vano della porta con il bordone in mano, nell'attesa e nel discernimento della chiamata. (Cf. Testi Normativi, C32) La nostra prima sfida è quella di vincere le nostre paure e i nostri comfort, siano essi personali o istituzionali. Il Missionario del Prezioso Sangue è una persona mobile e flessibile, sempre disposta ad andare là dove il Sangue di Cristo ci chiama oggi.
IN QUESTO NUMERO
Diversi missionari CPPS condividono le loro esperienze e la sfida della missione, da diversi punti di vista. Prima di tutti, Fr. Robert Schreiter va innanzi presentando cinque differenti modi di modellare la missione. Questi modelli sono un aiuto notevole per vedere come ciascuno di noi consideri la missione e per essere consapevoli di quale dei modelli stiamo vivendo. In questa luce, l'articolo di Fr. John Bosco su "Essere missionario cristiano in un paese non cristiano" è veramente interessante. Qual è l'obiettivo della missione in paesi dove il cristianesimo è in minoranza? Fr. Fritz Tschol, un veterano delle missioni estere nella Prelazia dello Xingu, ci offre una riflessione sui suoi quarantadue anni in Brasile e parla delle sfide della inculturazione. Fr. Willi Klein, Consigliere Generale, condivide con noi il modo in cui è stato pianificato di aprire nuovamente una missione CPPS in Croazia e come questo rifletta alcuni dei "Criteri per la fondazione di una Missione", che sono stati adottati nel mese di luglio '98 in Tanzania, nell'incontro dei Superiori Maggiori. Dal punto di vista della parrocchia, Fr. Thomas Hemm riflette sul ruolo dei laici e della collaborazione in una parrocchia missionaria del post-concilio, negli Stati Uniti.
E' nostra speranza che questa edizione de Il Calice possa servire da stimolo e offrire utili elementi per una riflessione permanente sul nostro "carisma missionario". In che modo stiamo noi vivendo, come individui e come Istituto, la flessibilità e la mobilità di un Missionario del Prezioso Sangue?
Orientamenti
nella Missione oggi
Robert J. Schreiter, C.PP.S.
"Missionari" è stato sempre presente nel Titolo Latino ufficiale
della C.PP.S. e noi lo usiamo quasi dappertutto, come parte del nostro nome.
E, cosa più importante, esso è parte della identità che
condividiamo, che risale su, su fino al Fondatore stesso.
Attraverso il corso della nostra storia, essere missionari ha significato un
numero differente di cose. Questo non deve sorprendere in una Società
di Vita Apostolica il cui apostolato è stato così intimamente
unito al ministero della Parola.
Quando, come e
dove il messaggio del Vangelo ha avuto bisogno di essere ascoltato, il nostro
lavoro a servizio della Chiesa è pure cambiato.
Non sono stati soltanto i bisogni della chiesa locale a cambiare, col passare
del tempo, nei diversi paesi del mondo ai quali prestiamo il nostro servizio.
Il modo stesso di capire la sua missione si è sviluppato, nella Chiesa,
lungo il ventesimo secolo, specialmente durante il Concilio Vaticano II e nell'insegnamento
di Paolo VI e di Giovanni Paolo II. A dirlo in parole semplici, questo cambiamento
di posizione della Chiesa è passato da una chiesa che ha le missioni,
come parte della sua attività, a una Chiesa che è missione. Tutta
la Chiesa è essa stessa missionaria, come leggiamo nel Decreto Ad Gentes.,
sulla Attività Missionaria della Chiesa
Scopo di questo articolo è quello di passare in rassegna i diversi modi
in cui la Chiesa è missionaria, e vedere come la C.PP.S. si colloca in
questi modi. Come è già stato fatto osservare, la C.PP.S. è
stata missionaria in diverse maniere, nel passato. E noi possiamo anticipare
nuove sfide andando incontro al futuro.
Vorrei suggerire cinque modi in cui la Chiesa è missionaria. Quindi voglio
presentare come la C.PP.S. ha partecipato in ciascuno di questi modi, fino al
punto dove la CPPS ha intrapreso questa forma di missione. Concludendo, vorrei
dare uno sguardo al futuro.
Modi di essere Missionario
Il Papa Giovanni
Paolo II, nella enciclica Redemptoris Missio, ci ricorda che la nostra partecipazione
all'opera evangelizzatrice dello Spirito Santo può dare esito a diversi
modi di attività. Ecco appunto cinque dei tanti modi di partecipazione
a questa opera di salvezza:
-- Missione come prima evangelizzazione
-- Missione come nuova evangelizzazione
-- Missione come fondazione della Chiesa
-- Missione come risposta ai bisogni della chiesa locale
-- Missione come condivisione del carisma CPPS
Missione come prima evangelizzazione
La prima evangelizzazione è, per molta gente, la forma primaria della missione: Seguendo le eccitanti parole della fine del vangelo di Matteo, i missionari "vanno e ammaestrano tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo" (Mt 28,19)
E' l'immagine del
missionario che parte per paesi stranieri, portando il Vangelo dove non è
mai stato predicato prima, e convertendo coloro che lo ascoltano. L'esperienza
della crescita rapida della Chiesa nel diciannovesimo e ventesimo secolo, a
causa del lavoro della prima evangelizzazione, ha reso questa immagine più
potente.
Giovanni Paolo II dà il posto d'onore, nella sua enciclica, a questa
forma di evangelizzazione, ma nello stesso tempo dice che ci sono tuttavia altre
forme di evangelizzazione. E' un dato di fatto che soltanto una minoranza di
missionari nel mondo è ingaggiata nella prima evangelizzazione. Le cose
stanno proprio così dal momento che molti paesi dove il Vangelo potrebbe
essere ancora predicato per la prima volta, hanno limitato l'entrata ai missionari
cristiani (molti paesi musulmani e buddisti, e i rimanenti Paesi comunisti).
Le opportunità per la prima evangelizzazione sono attualmente molto poche.
La CPPS è direttamente impegnata nella prima evangelizzazione in Brasile
e in Tanzania, dove i missionari CPPS hanno portato alla fede di Cristo molta
gente. Fino ad un certo limite è stato questo il caso anche per l'India,
quantunque il fare conversioni apertamente non è permesso. P. John Bosco
esamina il significato di tutto questo in un altro articolo di questo numero.
Missione come nuova evangelizzazione
Giovanni Paolo
II ha rivolto un appello per una "nuova Evangelizzazione" del mondo,
mentre stiamo per entrare nel terzo millennio della fede cristiana. La nuova
evangelizzazione è un rinnovamento della fede cristiana tra i cristiani,
e nelle società in cui vivono. E' una attività per arrivare a
contattare coloro che hanno lasciato la Chiesa o che non sono molto attivi al
suo interno.
E' stato questo il tipo di missione che ha ispirato San Gaspare a mettere insieme
una piccola compagnia che è poi diventata la C.PP.S. Più che qualsiasi
altro tipo di missione, forse questo tipo di missione - diretto al rinnovamento
della fede cristiana - è stato il più centrale nella identità
della C.PP.S. Esso caratterizzerebbe il modo in cui molti - forse la maggior
parte - dei membri C.PP.S. sono missionari oggi.
Missione come fondazione della Chiesa
In questa forma
di missione, le persone lasciano il proprio paese per aiutare una nuova chiesa
locale a stabilirsi in un altro posto. Questo tipo di missionari soffrono spesso
molte avversità, allo stesso modo dei missionari impegnati nella prima
evangelizzazione.
La partenza dei missionari C.PP.S. dall'Europa verso il Nord-America, nel secolo
diciannovesimo, è un esempio di tutto questo. La C.PP.S. si mostrò
sensibile alle nuove chiese laggiù, andando in loro aiuto, soprattutto
con gli emigranti tedeschi e italiani. Col passare degli anni e il consolidamento
della chiesa locale, i missionari C.PP.S. potevano andare via oppure mettere
a fuoco i bisogni nuovi all'interno della chiesa locale, o guardare al rinnovamento
permanente.
Missione come risposta ai bisogni della chiesa locale
In questa forma di missione, i bisogni speciali della chiesa locale spingono altre chiese locali a dare una risposta ai suddetti bisogni.
Questo è avvenuto dopo la Seconda Guerra Mondiale. quando il Papa Pio
XII chiese alla Chiesa Nord Americana di mandare dei missionari nell'America
Latina per aiutare a rafforzare la Chiesa colà, onde far fronte alle
sfide provenienti dall'esterno.
La C.PP.S. rispose mandando missionari in Cile e, più tardi, in Perù.
La scarsezza del clero laggiù metteva la chiesa in pericolo. La C.PP.S.
condivise generosamente nel dare un aiuto onde rimediare alla situazione.
Questo modo di essere missionari dovrà continuare, non c'è dubbio,
dal momento che emergono nuovi bisogni, e le chiese locali si trovano equipaggiate
per aiutare gli altri nel bisogno.
Missione come condivisione del carisma C.PP.S.
Ci sono state
delle urgenze quando la C.PP.S. è stata invitata oppure è andata
in altri paesi non per far fronte a un bisogno specifico, ma per estendere l'influenza
del carisma della C.PP.S. Questo permette al nostro carisma di mettere radici
in nuovi posti, e allargare nuove possibilità per la chiesa locale e
per la C.PP.S.
Le fondazioni della C.PP.S. in Germania, Spagna e Polonia possono esserne un
esempio.
Tali sforzi hanno prodotto risultati positivi. E' un qualcosa di assai comune
tra gli istituti religiosi, specialmente quelli il cui punto focale è
diretto verso la propria vita di comunità. Tuttavia, si corre il rischio
di confondere lo scopo specifico di una Società di Vita Apostolica, come
la C.PP.S. Il rischio è questo: senza un bisogno ben definito come scopo
apostolico, una Società di Vita Apostolica sarà trascinata o nello
schema del clero diocesano, oppure nel fare della vita comunitaria il suo scopo,
come fanno gli istituti religiosi. Come si è fatto notare due numeri
fa di questa pubblicazione, una Società di Vita Apostolica viene definita
prima di tutto dalla sua missione. La vita di comunità e la spiritualità
sono orientate ad essere di supporto a quella missione.
Insieme, come il Moderatore Generale ha frequentemente ripetuto, essi formano
i tre pilastri sui quali poggia la C.PP.S.
Certamente, le altre forme dell'attività missionaria hanno anch'esse
i loro rischi. Per esempio, che cosa fa una comunità missionaria quando
si esaurisce il bisogno al quale è venuta a far fronte?
Orientamenti futuri
La parola "missione" significa "mandare" o "essere mandato". Questo andare fuori con la Buona Notizia è il cuore dell'attività missionaria. Noi andiamo fuori in molti modi diversi: attraverso le frontiere nazionali e culturali, in ministeri specializzati, tra gente diversa da noi. Il Vangelo ha bisogno di essere predicato così che esso possa essere udito dai molti diversi gruppi di popolazioni, i cui bisogni possono anche cambiare attraverso i tempi.
Come Società di Vita Apostolica, se noi continuiamo ad andare fuori per
gli altri e predicare il Vangelo quanto più fedelmente e coraggiosamente
possiamo, noi saremo dei veri missionari.
Formare
la Parrocchia Missionaria
Thomas Hemm, C.PP.S.
San Gaspare e la Parrocchia
Negli anni '60
il Vicariato Cileno lottava per chiarire la nostra identità come comunità
"missionaria". Decidemmo di cambiare il nostro nome da "Padri"
a "Missionari" del Prezioso Sangue. Diventammo più consapevoli
del ,punto focale sul ministero della Parola, specialmente attraverso le missioni
e i ritiri. Cominciavamo a chiederci se, a causa del pesante coinvolgimento
nelle parrocchie, le Province nordamericane e le loro missioni stessero fallendo
nel tener fede al carisma missionario di San Gaspare.
Ripercorremmo a ritroso la nostra strada fino alla risposta della Comunità
alla chiamata del vescovo di Cincinnati, nella metà del secolo scorso.
P. Francesco di Sales Brunner ci ha forse condotti fuori strada, rispondendo
a quella chiamata? San Gaspare aveva chiaramente evitato impegni parrocchiali
per avere i suoi membri liberi per il lavoro delle missioni, specifico dell'Istituto.,
Allora ho cercato di immaginare quale fosse il tipo di "parrocchia"
che San Gaspare non voleva provvedere del suo personale.
Non potrebbe essere che la parrocchia del post-Vaticano II sia del tutto diversa dalle parrocchie dello Stato Pontificio nel secolo diciannovesimo? Come avrebbe risposto San Gaspare alle parrocchie degli anni '80 e '90?
Un pensiero del genere mi ha portato alquanto lontano: Potrebbe essere che la parrocchia cattolica, così come noi la conosciamo oggi, sia davvero differente precisamente a causa della riforma condotta da San Gaspare e dagli altri missionari come lui? Anche se San Gaspare non ha focalizzato la sua attenzione nel ridare forma alla parrocchia, la missione, il lavoro dei ritiri da lui cominciati determinarono una maggiore consapevolezza di gridare i bisogni missionari proprio all'interno della parrocchia.
La Parrocchia dal Concilio Vaticano II
Con il Vaticano
II, la missione è diventata parte integrante della comprensione che la
Chiesa ha di se stessa. La missione è esattamente ciò su cui verte
la parrocchia. Si noti lo spirito in queste citazioni dai documenti del Concilio:
"La cura delle anime deve inoltre essere animata da spirito missionario,
talché si estenda, nel modo dovuto, a tutti gli abitanti della parrocchia"
(Christus Dominus, 30)
"La parrocchia offre un luminoso esempio di apostolato "comunitario",
fondendo insieme tutte le differenze umane che vi si trovano e inserendole nella
universalità della Chiesa... I fedeli laici diano, secondo le proprie
possibilità, il loro contributo a ogni iniziativa apostolica e missionaria
della propria famiglia ecclesiastica" ( Apostolicam Actuositatem, 10)
"D'altra parte, la comunità locale non deve limitarsi a prendersi
cura dei propri fedeli, ma è tenuta anche a sentire lo zelo missionario
di aprire a tutti la strada che conduce a Cristo" ( Presbyterorum Ordinis,
6)
Laicato e Missione
Uno sviluppo del
Concilio, tuttavia, avrebbe potuto prendere San Gaspare di sorpresa. Egli si
sarebbe potuto sorprendere che la fondamentale responsabilità missionaria,
una volta reclamata dalla gerarchia, ora risiedesse in ognuno dei battezzati,
seguaci di Gesù.
Nella sua esortazione post-sinodale, il Papa Giovanni Paolo II sottolinea questa
profonda mutazione quando dice che la
"chiamata missionaria non riguarda soltanto i pastori, i sacerdoti, i religiosi
e le religiose, ma si estende a tutti: anche i fedeli laici sono personalmente
chiamati dal Signore, dal quale ricevono una missione per la Chiesa e per il
mondo...Il Concilio ha riservato pagine quanto mai splendide sulla natura, dignità,
spiritualità, missione e responsabilità dei fedeli laici...Il
Signore stesso invita tutti i fedeli laici ad unirsi sempre più intimamente
a Lui, perché si associno alla sua missione salvifica; li manda ancora
in ogni città e in ogni luogo dove egli sta per venire (Cf Lc 10,1) (Christifideles
Laici, 2)
Lo Stato privilegiato del laicato nella parrocchia missionaria del post-concilio è particolarmente di sfida per coloro che sono chiamati alla guida pastorale. Di fatto, può veramente essere una delle sfide più significative per un Istituto come il nostro, mentre ci si appresta ad entrare nel prossimo millennio.
Nella parrocchia più tradizionale, il clero era responsabile per la missione e i laici erano ingaggiati per aiutare. Nella parrocchia missionaria contemporanea le posizioni sono invertite.
Questo cambiamento
si riflette nella "Mission Statement" (Dichiarazione della Missione)
della Provincia di Cincinnati. Una delle priorità che vediamo è
quella di portare a compimento la nostra missione " facendo appello ai
doni del laicato e lavorando in collaborazione con loro".
Tutto ciò esige un cambiamento nella comprensione di sé dei leaders
della pastorale. Mentre il sacerdozio comune dei fedeli rimane chiaramente distinto
da quello dell'ordine, " i pastori devono riconoscere che il loro ministero
è radicalmente ordinato al servizio di tutto il Popolo di Dio" (Cf
Eb 5,1) (Christifideles Laici, 22).
Alla guida di una parrocchia missionaria
Spesso, nel mio
stesso ministero pastorale, ho cercato di rafforzare questo nuovo modo di comprendersi,
richiamando le parole di gioia e di lode di Gesù, mentre contempla i
doni che Dio ha donato specialmente ai "piccoli" (Lc 10,21). Trovo
che, piuttosto che considerare me stesso come la persona in carica, io sono
chiamato ad essere un testimone privilegiato di quello che lo Spirito Santo
va compiendo.
Recentemente sono stato introdotto da Howard Friend nella conoscenza di un libro,
che mi è stato assai utile nella riflessione su come formare una parrocchia
missionaria. Il libro è: Recovering the Sacred Center: Church Renewal
from the Inside Out (Judson Press, 1998). Usando una delle molte utili metafore,
egli paragona la parrocchia cosiddetta tradizionale a una compagnia di linee
aeree.
Quando una compagnia aerea cerca di persuadere il maggior numero possibile di
passeggeri entro un numero limitato di sedili su un numero limitato di voli
diretti a un numero limitato di direzioni, se la destinazione da te voluta non
si trova nella lista della compagnia aerea, tu non usi quella linea aerea"
(p. 87)
La parrocchia missionaria è ancora di più di un aeroporto. Qui
tutti i membri sono piloti, prendendo le iniziative secondo la loro chiamata
battesimale. Friend continua:
Un aeroporto, d'altro canto, cerca di provvedere una messa in opera sicura per
un numero ottimale di decolli e di atterraggi per aerei piccoli e grandi, diretti
a una varietà di destinazioni. Le destinazioni sono stabilite dagli operatori
degli aerei...Così, come leaders, noi rassomigliamo di più ai
controllori di volo, che non ai piloti.
Conclusione
Concludendo, vorrei sintetizzare quello che ho detto suggerendo che mentre la predicazione delle missioni e degli esercizi rimarrà sempre la parte privilegiata del nostro apostolato, il carisma missionario di San Gaspare offre anche un contributo, di cui si ha urgente bisogno, per la formazione di una parrocchia missionaria
Nel documento post-sinodale
sulla Chiesa in America, il Papa Giovanni Paolo II ha descritto questo bisogno
con nuova urgenza:
Questo tipo di parrocchia rinnovata ha bisogno, come suo leader, di un pastore
il quale abbia profonda esperienza del Cristo vivente, uno spirito missionario,
un cuore di padre, il quale sia capace di promuovere la vita spirituale, predicando
il Vangelo e promuovendo la cooperazione. Una parrocchia rinnovata ha bisogno
della collaborazione dei laici e perciò di un direttore della attività
pastorale e di un pastore che sia capace di lavorare con gli altri. Le parrocchie
in America si dovrebbero distinguere per il loro spirito missionario, che le
spinge all'esterno, verso coloro che sono lontano" (Ecclesia in America,
41)
Io credo che San Gaspare sarebbe d'accordo. Forse noi stiamo assistendo come testimoni a una nuova fase del suo sogno.
Nella mia mente, di tanto in tanto, vedo una moltitudine di operai che gradualmente stanno facendo la loro strada attraverso il mondo intero con il calice santo della Redenzione..."facendo la pace attraverso il Sangue" ( Lettera a Mons. Belisario Cristaldi, 22 maggio 1826).
Fondazione
di una Nuova Missione
Willi Klein, C.PP.S.
Introduzione
Quando il Provinciale
di allora, P. Anton Loipfinger, mi invitò a prendere parte alle celebrazioni
del centenario delle Suore ASC a Banja Luka, in Bosnia, nel 1979, nessuno, nella
Provincia, avrebbe mai pensato che si sarebbe potuta istituire una fondazione
C.PP.S. laggiù. Sebbene io non potessi capire la lingua, il calore e
la fede profonda di quei fratelli e sorelle, che soffrivano la persecuzione
sotto il comunismo e il nazionalismo, mi impressionarono grandemente.
Negli anni che seguirono, io predicai diversi corsi di esercizi e giornate di
ritiro alle Suore ASC e alla gioventù del luogo. Lentamente, l'idea di
stabilire colà una fondazione C.PP.S. cominciò a crescere, finché
alla fine il Vescovo di Banja Luka chiese al nostro Moderatore Generale di inviare
missionari nella sua diocesi.
Espansione della Congregazione nel passato
La nostra Congregazione
ha avuto diverse esperienze con le fondazioni in nuovi territori e con i membri
che hanno fatto da fondatori. Molte fondazioni hanno portato ad una più
vasta espansione della Congregazione, altre furono abbandonate dopo un periodo
di tempo più o meno lungo.
Francesco di Sales Brunner fece la sua prima fondazione in Lowenberg, Svizzera,
nel 1839 e in Alsazia, Francia. L'atmosfera di ostilità contro la Chiesa
e contro gli sforzi missionari del Brunner, l'invito da parte del Vescovo di
Cincinnati portarono alla fondazione della casa S. Alfonso, in Perù,
Ohio, e da quella casa alla fondazione delle Province del Nord America.
Guardando come
a una testa di ponte nella sua terra nativa europea, Brunner venne a Schellenberg,
nel Liechtenstein, nel 1858. Fu di là che il P. Gregorio Jussel avviò
l'espansione della Congregazione nei paesi di lingua tedesca, nel 1911.
Il dono della Casa del Sol portò alla fondazione di una casa in Caceres,
Spagna, nel 1898, da parte del P. Bartolomeo Corradini. Di qui ebbe origine
la Provincia Iberica. Eduardo Ricciardelli e Pasquale Renzullo andarono a Chicago
nel 1904 per la cura spirituale degli emigranti italiani. Così cominciò
la Provincia dell'Atlantico.
Dietro suggerimento
della Congregazione di Propaganda Fide, Markus Schaawalder cominciò il
suo lavoro a Porto de Moz, in Amazzonia, Brasile, nel 1930. Il suo confratello
Johann Rinderer morì di febbre gialla poco dopo il suo arrivo nel "inferno
verde". Questi furono gli inizi del Vicariato Brasiliano.
Il Provinciale della Provincia Americana John Marling fece un viaggio di cinque
settimane attraverso il Sud-America e, dopo il benestare di Propaganda Fide,
John Wilson e John Kostik arrivarono a Santiago del Cile nel 1947 e diedero
inizio a quello che sarebbe poi diventato il Vicariato Cileno.
Su richiesta dei vescovi del Perù e di Propaganda Fide, la missione in
Perù fu iniziata da P. Paul Buehler, arrivato a Lima nel 1962.
Paul Aumen cominciò a lavorare in Guatemala City nel 1975; questo portò
alla fondazione della Missione del Guatemala nel 1985.
Volendo diffondere il carisma di San Gaspare nell'Europa dell'Est, e dietro
invito delle Suore ASC in Polonia, P. Winfried Wermter cominciò a lavorare
in Czestochowa, Polonia, nel 1983, e così ebbe inizio quello che è
ora il Vicariato Polacco.
Un nuovo spirito missionario nella Provincia Italiana, e diversi viaggi di ricognizione
e vari approcci con i vescovi delle aree visitate, portarono alla fondazione
della missione in Manyoni, Tanzania, nel 1966 e in Bangalore, India, nel 1980:
ambedue sotto la guida di D. Giuseppe Montenegro.
Questa rassegna storica ci permette di vedere le differenti motivazioni portate per la diffusione della Congregazione: il mandato di Gesù Cristo, lo zelo missionario dei nostri confratelli, il desiderio di diffondere il carisma di San Gaspare nella Chiesa, la ricerca di vocazioni, i bisogni concreti della chiesa locale, l'apertura allo Spirito Santo per i luoghi dove avrebbe voluto condurci. Nello stesso tempo, è stata una storia di difficoltà e di umane debolezze, di grandi sacrifici da parte degli individui e delle Province.
I rovinosi inizi in Iugoslavia: 1982-1992. I
Superiori Maggiori della nostra Congregazione hanno approvato, nel luglio 1998,
i "Criteri per la creazione di una Missione/Delegazione e per la erezione
di un Vicariato o di una Provincia". In quel documento si dice: "La
erezione di una futura Missione/Delegazione deve essere fatta dalla Provincia,
e non deve essere l'iniziativa privata di un singolo membro. Questo significa
che: (1) nella futura Missione/Delegazione lavorano più e non un solo
membro definitivamente incorporati, e (2) che questo lavoro ha l'approvazione
di una chiara maggioranza dei membri della Provincia".
Il lavoro in Iugoslavia ha avuto fin dall'inizio il suo punto debole: Il Moderatore
Generale approvò la fondazione di una missione in Iugoslavia, ciò
che era stato deciso con una stragrande maggioranza dalla Provincia Tedesca
nell'aprile 1988, ma io ho cominciato il lavoro da solo.
Cominciai nell'autunno
del 1988, nella diocesi di Banja Luka, in Bosnia, predicando esercizi e giornate
di ritiro, e dando inizio alla costruzione di una Casa di Missione a Nova Topola,
con l'aiuto delle Suore ASC e dei sacerdoti diocesani locali. Dei candidati
locali cominciarono ad unirsi a noi, i quali avevano ancora bisogno di formazione,
ma che lavoravano anche al mio fianco. Tutto questo era assai difficile, anche
perché io risiedevo là illegalmente e tutto quello che stavo facendo
era espressamente proibito dalle autorità locali. Questo durò
per quattro anni.
In Zagabria stabilii una seconda casa per la formazione dei candidati, ancora
una volta in modo illegale, ma con la benedizione dell'arcivescovo.
Difficoltà
con i candidati, lo scoppio della guerra nel 1991, un lavoro a largo raggio
per soccorrere i rifugiati, affaticarono la mia salute, sicché il mio
Provinciale, P. Josef Epping, mi trasferì a Schellenberg, nel Liechtenstein,
nell'autunno del 1992, per riposo e ricupero delle forze. La nostra casa in
Nova Topola fu distrutta; la casa in Zagabria fu data alle Suore ASC, che avevano
perduto grandi case in Bosnia.
Negli anni che seguirono, ci furono incertezze per me e per il governo provinciale
se portare avanti il lavoro che era stato incominciato
Secondo inizio per la "Delegazione in Croazia"
La guerra aveva
creato, sin da allora, una nuova situazione politica: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina
e Macedonia sono diventati stati indipendenti. Il Vicariato Polacco dichiarò
di essere pronto a mandare dei missionari in Croazia, e l'Assemblea Provinciale
de Negotiis del 1988 decise di portare avanti il lavoro.
Oltre al Direttore della Delegazione, il Vicariato Polacco manderà un
sacerdote che sarà il direttore della formazione, un fratello e un seminarista.
Insieme a loro sta andando anche un seminarista croato, che ha già compiuto
tre anni di formazione in Polonia. Due suore Missionarie del Sangue di Cristo
(MSC) lavoreranno con noi. I candidati croati dovranno ricevere la loro formazione
sia nel Vicariato Polacco che in Croazia. Per cominciare, noi riprenderemo la
nostra casa in Zagabria, dal momento che le Suore ASC non ne hanno più
bisogno.
Nei "Criteri"
menzionati sopra, si dice: "Ci devono essere bisogni chiari di apostolato
nella regione che rendano possibile la realizzazione del carisma della nostra
Congregazione come "un servizio per la Chiesa attraverso la proclamazione
apostolica e missionaria della Parola di Dio (C3)".
La meta stabilita nel 1988 rimane la stessa, vale a dire, stare all'erta sulla
crepa che per secoli la Cristianità Latina e Ortodossa e i vari interessi
politici hanno sfregato sul vivo, così da dare una risposta al grido
del Sangue.
Tuttavia, un nuovo
orientamento era necessario, basato sui "Criteri" e sulla nuova situazione
politica. Abbiamo avuto dei contatti con diversi vescovi nella zona, e si è
giunti alla decisione di stabilire una Casa di Missione in Ludbreg, Croazia.
Ludbreg è un santuario del Sangue di Cristo, al quale si reca un numero
sempre maggiore di pellegrini. Il vescovo locale di Varazdin ha dato il suo
consenso e ha scritto: "Se Dio ha scelto Ludbreg come il posto nel quale
il Sangue di Cristo deve essere onorato in maniera speciale...allora è
necessario che la Chiesa, da parte sua, faccia i più grandi sforzi per
fare sì che Ludbreg diventi un centro spirituale e un posto di rinnovamento
spirituale della diocesi di Varazdin e di tutto l'entroterra della Croazia"
(Lettera del 10 luglio 1998).
Con l'aiuto di Dio e della Provincia Tedesca noi vogliamo essere capaci di fare
questo, non solo per la Croazia, ma al di là dei confini della Croazia.
Essere
Missionario in un Paese non Cristiano
John Bosco, C.PP.S.
Introduzione
"In un'epoca caratterizzata dalla globalizzazione dei problemi e dal ritorno agl'idoli del nazionalismo, gli Istituti internazionali sono chiamati in modo particolare a tenere alto e a dare testimonianza al senso di comunione tra i popoli, le razze e le culture". Con queste parole del Papa Giovanni Paolo II, vorrei condividere qualcosa della mia esperienze settennale come missionario in un paese non cristiano, chiamato India.
Primitiva Evangelizzazione in India
E' tradizione
che sia stato S. Tommaso Apostolo a portare per primo il Cristianesimo in India
verso l'anno 52 d.C., sebbene non ci siano evidenze storiche del Cristianesimo
fino alla creazione della Chiesa Siriaca sulla costa di Malabar nel terzo secolo.
La maggior parte del resto dell'India ha dovuto attendere per il Vangeli fino
all'arrivo dei portoghesi nel 1498.
Per evangelizzare l'India furono usati tre distinti metodi missionari.
Il primo, che si potrebbe chiamare il metodo portoghese, usava il braccio forte
per il proselitismo, basato sull'idea che il conquistatore della terra aveva
il diritto di stabilire la religione per i suoi sudditi. Tale metodo comprendeva
anche la propaganda negativa nei confronti delle religioni e delle culture indigene.
Quando una persona una persona si convertiva al cristianesimo, doveva assumere
un nome, come pure i vestiti e la cultura portoghesi.
Il gesuita Robert de Nobili arrivò in India nel 1606. Egli prese la decisione
radicale di adottare lo stile di vita e la cultura indigena. Egli espresse il
Vangelo nei termini della cultura Hindu così che le caste Hindu non potessero
sentire il cristianesimo come un assalto al loro modo di vivere costituito.
Egli acquistò una buona padronanza del Tamil e del Sanscrito e adottò
i vestiti, la dieta e le abitudini dei Bramini.
Negli ultimi anni del secolo diciannovesimo, i missionari gesuiti Constant Lievens
e Johannes Baptist Hoffmann giunsero a Chotanagpur. Tutti e due si resero conto
che la gente delle tribù veniva sfruttata dai proprietari terrieri e
dagli usurai. Studiarono e combatterono i mali dell'oppressione, fondando cooperative
agricole, e così portarono a Cristi molti appartenenti alle tribù.
In un paese come l'India, con tante religioni e tanti poveri, una combinazione
dei metodi di de Nobili, Lieverman e Hoffmann sarebbe necessaria per una effettiva
evangelizzazione.
In India, oggi, circa il 3% della popolazione è cristiana: si calcola
che la maggioranza dei cristiani venga dai ceti molto poveri, spesso quelli
che vengono considerati gli intoccabili, nel sistema delle caste.
L'evangelizzazione in India oggi
Nell'attività missionaria cristiana in India si possono scorgere cinque orientamenti:
1. L'evangelizzazione come liberazione
In un contesto di sfruttamento, discriminazione e ingiustizie, la liberazione
e i movimenti di liberazione in vista di uno sviluppo integrale sono considerati
parte essenziale della evangelizzazione. Nella nostra parrocchia, noi ci impegniamo
nello sviluppo integrale con tutte le nostre risorse, umane e materiali.
2.
L'evangelizzazione come dialogo
L'India, con le sue grandi tradizioni religiose e la sapienza spirituale, ha
portato la chiesa a invocare un serio dialogo con queste tradizioni religiose
e con le gente che vi aderisce.
All'interno del territorio della nostra parrocchia, abbiamo circa 10 templi
Hindu, una moschea musulmana e un tempio buddista. Io ho già incontrato
i capi religiosi di questi templi. Essi sono stati molto felici di incontrare
me e ora io relazioni molto buone con loro. Al più presto organizzerò
un incontro, invitando tutti i capi non cristiani che si trovano nel territorio
della nostra parrocchia.
Con il cristianesimo che è una minoranza, ho a che fare con matrimoni
tra fedi diverse. Inoltre da tre a cinque famiglie Hindu si convertono al cristianesimo,
ogni anno, nella mia parrocchia. Quando vado a fare visita ai parrocchiani,
molte famiglie Indù mi chiamano perché vada a benedire anche le
loro case. Questo manifesta il grande rispetto che hanno per la nostra religione.
3.
L'evangelizzazione come inculturazione
Tra le maggiori difficoltà cui deve far fronte la Chiesa in India c'è
l'abbigliamento occidentale. Per superare l'ostacolo, la Chiesa ha intrapreso
un processo serio di inculturare se stessa in tutti gli aspetti della sua vita
nella realtà socioeconomica del paese. Questo è uno dei compiti
che aspetta noi ingaggiati nella evangelizzazione dell'India.
4.
L'evangelizzazione nell'Ashram cristiano
Lo stile di vita monastico degli Hindu, dell'Ashram, è di importanza
cruciale per l'evangelizzazione. Gli ashrams cristiani, sul modello degli ashrams
indiani, possono diventare centri di sapienza spirituale e di consolazione,
dove i veri seguaci della verità e della luce possono essere attirati.
Gli ashrams cristiani non sono una minaccia per quelli come noi che sono cresciuti
nelle tradizioni religiose degli Hindu.
5.
L'evangelizzazione e l'ecumenismo
Nello spirito del Concilio Vaticano II il All-India Seminar ha preso questa
risoluzione: "Noi ci impegniamo a fare tutto il possibile per rafforzare
il movimento ecumenico, nello studio, nell'azione sociale e nella preghiera,
così che tutti coloro che riconoscono Cristo come Signore e Salvatore
possano di fatto essere una cosa sola in lui. Tutto ciò che possiamo
fare uniti, non dobbiamo farlo separatamente".
Nel territorio della mia parrocchia vi sono dieci chiese protestanti. L'anno
scorso, il 20 dicembre ho invitato i pastori di tutte queste chiese per un breve
incontro nel nostro presbiterio. Al termine ho fatto preparare un pasto amichevole
per tutti i pastori.
Quest'anno, nella festa del patrono della parrocchia San Paolo (24 gennaio), ho invitato ancora una volta tutti i pastori e abbiamo preparato una celebrazione per l'Unità dei Cristiani. Tutti i pastori hanno fatto un piccolo sermone, esprimendo la loro grande gioia di trovarsi insieme in questo modo.
Conclusione
L'evangelizzazione prende molte forme nella Chiesa, e forme del tutto speciali in un paese come l'India. In un paese con un numero così grande di religioni e di poveri, portare l'annuncio della Buona Novella è nello stesso tempo una sfida e una gioia. Nella nostra parrocchia cerchiamo di arrivare a tutti questi differenti modi di evangelizzazione.
Missionario
Per Tutta La Vita
Fritz Tschol, C.PP.S.
La chiamata a essere missionario
Era il 26 gennaio
1957. Il Provinciale, P. Josef Muller, mi chiamò nel suo ufficio. Quando
ne venni fuori, pochi minuti più tardi, la decisione era definita: sarei
partito per la Missione dello Xingu.
Il missionario che va in un mondo strano, sconosciuto, suscita in molti meraviglia
e ammirazione. La sua partenza è celebrata solennemente nel seminario
e nella sua parrocchia di nascita. Gesù chiama a sé quelli che
egli vuole (Lc ì6,13) - non i migliori, non i più forti, ma quelli
che vuole. "Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi (Gv
15,16). Lui solo sa il perché.
Ero pronto per
andare. Avrei salpato da Amburgo alla fine di novembre 1957. Poco prima di salpare
l'intero itinerario fu cambiato. Ora sembrava che sarei partito da Rotterdam
ai primi di dicembre. La mia partenza da casa avvenne il 3 dicembre, festa di
San Francesco Saverio, patrono delle missioni. Una coincidenza?
Quella notte venne giù la prima neve, coprendo di bianco le montagne
e le valli. Con tutte le incognite di quello che ti aspetta in un paese sconosciuto,
ero in uno stato mentale nel quale mi pareva che il Signore mi dicesse: Andiamo,
fidati di me, io sono con te.
La vigilia di
Natale, 24 dicembre 1957, giunsi a Belém -Bethlehem.
Celebrai immediatamente la mia prima messa nella nostra missione, nella nostra
vecchia Casa di Missione, a mezzanotte, con l'anziano inserviente della casa.
Natale: per noi un Bimbo è nato. Missione: preparare la via al Signore
nei cuori della gente.
Quindi tre giorni di navigazione in barca sul fiume Amazzoni e sullo Xingù e quindi altri quindici km più lontano, su una strada accidentata, di notte, attraverso la giungla. Il camion restò in panne tra il fango denso. Dopo un lungo viaggio giunsi a piedi ad Altamira. Missione: un andare verso la gente - "Andate nel mondo intero". Nella nostra vastissima Missione dello Xingu, il nostro lavoro è sempre un andare via - con la jeep o con la barca - negli stanziamenti lontani, nell'entroterra della Transamazonica, o negli stanziamenti lungo la costa, nell'area del fiume tropicale lunga migliaia di metri.
Diventare un Missionario
Il primo grande impegno che ti tocca, come giovane missionario, è quello di imparare la lingua straniera, trovando la tua strada entro una strana cultura. Cominci a fare i primi passi, come un bambino, senza essere capito e senza essere capace di esprimere quello che tu vorresti dire. Per cinque mesi andavo incespicando nella mia predicazione, finché un giorno un semplice uomo dei campi mi disse che quel giorno aveva compreso, per la prima volta, tutto quello che avevo cercato di dire.
Ci si deve quindi introdurre nelle abitudini di una cultura straniera, mettendo
da parte qualsiasi sentimento europeo di superiorità. E' un compito che
dura tutta la vita per vivere sempre più in pienezza la cultura di questa
gente, apprenderla sempre più profondamente e scoprire il bene al suo
interno. San Paolo si fece "tutto a tutti" (1Cor 9,22) - Giudei, Pagani,
persone deboli.
Nella nostra missione
dobbiamo confrontarci inesorabilmente ogni giorno con la povertà, la
malattia e l'indigenza. Non possiamo chiudere il nostro cuore a una povertà
che non finisce mai e ai bisogni di tantissime persone. Sono affamate e derubate
di qualsiasi buona occasione per sviluppare il loro potenziale umano. Non possiamo
chiudere la porta a coloro che non hanno un tetto decente sulla loro testa o
sufficienti vestiti da indossare, a coloro che sono ammalati per mancanza dei
più basilari presidi sanitari, a coloro che sono disperati perché
non possono provvedere alle loro famiglie perché non hanno un impiego.
Tutto questo ci opprime, non ci lascia in pace.
C'è un sistema economico e politico che privilegia le persone ricche
e trascina la grande massa dei poveri in una miseria ancora più profonda.
Il problema è assai più grande della nostra missione, perché
si estende all'intero continente.
Che cosa possiamo cambiare di tutto questo? Sentiamo tutta la nostra impotenza. l'impotenza di nostro Signore sulla croce. Come missionari del Prezioso Sangue è questo il posto dove dovremmo stare: il posto dove le membra del corpo di Cristo sono inchiodate alla croce, oggi.
Attraverso la nostra dedicazione e le nostre opere, dobbiamo essere dei segni di speranza. Il Sangue Prezioso di Gesù è redenzione, resurrezione, trionfo sul male. E' amore e vita nuova - noi abbiamo bisogno di impararlo dai poveri. Nella fedeltà al Signore, "la Chiesa deve essere la Chiesa dei poveri", come ha detto il Papa Giovanni Paolo II.
Gli sforzi per lo sviluppo di un clero locale furono urgenti fin dall'inizio. Da circa una quarantina di anni fa abbiamo aperto una Scuola Apostolica, un pre-seminario, situato nella vecchia casa dei padri, che in parte veniva usata anche come stia per i polli. Un uomo dell'entroterra mi affidò suo figlio minorenne, con l'incarico di vedere se sarebbe potuto diventare prete, o medico, o autista di camion. Ma non è una cosa semplice. Noi possiamo soltanto preparare il campo e fare la semina. La crescita e l'incremento è nelle mani di Dio. Ci sono stati molti anni di seminagione, marcati dalla delusione e dall'insuccesso. Ostacoli e frustrazione sembravano rendere inutili tutti i nostri sforzi. Noi continuiamo ad andare avanti, preghiamo e mettiamo la nostra grande preoccupazione nelle mani di Dio: "Pregate il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe"
Il nostro primo compito, come missionari che arrivano da "paesi lontani" è quello di impiantare la chiesa locale e farla reggere sulle sue gambe. A questo proposito è accaduto qualcosa in tutti questi anni. Abbiamo a tutt'oggi già cinque sacerdoti diocesani locali e un diacono che sarà ordinato sacerdote molto presto. Noi attendiamo con speranza vocazioni anche per la nostra Congregazione. Missione significa avere la capacità di attendere. I risultati non si possono determinare meccanicamente, con un anno ben fissato per i risultati.
Esperienze di missionario
Un'esperienza
profonda per me, come missionario, è stata il nostro progetto di sistemazione
della gente LOTAP (Loteamento Aparecida), che io ho diretto e amministrato per
24 anni. La missione non si riduce solamente all'attività pastorale e
sacramentale nel senso stretto della parola. Essa ci mette di fronte degli impegni
nell'ambito dei bisogni sociali e caritativi, sui quali non avevamo fatto dei
progetti. Ai margini della città di Altamira, su un pezzo di terra acquistato
dalla Prelatura, più di 1300 plotti di terreno dovevano rendersi disponibili
per le famiglie bisognose. Questo doveva essere fatto in modo sistematico, pianificato
e con la documentazione legale, in modo da prevenire invasioni da parte di altre
persone e la creazione di futuri impianti di occupatori abusivi. Con gli aiuti
venuti dall'Europa, siamo riusciti a costruire 230 case semplici per famiglie
molto povere. Nella pianura acquitrinosa si fece pulizia dei grossi cespugli.
Attraverso una pianificazione accurata vennero impiantate 150 fornaci per la
fabbrica dei mattoni. Dozzine di famiglie povere ancora vi lavorano. Per moltissimi
di loro questa è l'unica fonte di guadagno.
Occupandomi di questo progetto mi sono sentito più vicino alla gente.
Ti senti coinvolto con santi e furfanti, con assassini e ladri, con persone
sane e con malati, con illetterati come bambini e con abili speculatori, con
prostitute e spacciatori di droga. La missione è dappertutto, giacché
il Signore è venuto a cercare coloro che erano perduti. "Egli vuole
che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità"
(1Tm 2,4)
Un genere particolare di esperienza che ho avuto il privilegio di fare, durante gli anni, è stato il contatto con gli Indigeni, gli abitanti originari del territorio della nostra missione. Con visite periodiche di due settimane, mi è stato possibile stare nella Aldea (Villaggi indigeni), in visita di amicizia, venendo a conoscere la situazione storica e drammatica di queste tribù. Per un giovane missionario questo mondo strano, misterioso, portava ogni genere di esperienze avventurose: settimane di viaggi nel deserto, viaggi mozzafiato attraverso le rapide dei fiumi, danze esotiche attorno al fuoco di campo degli Indios. Ma tutto questo non dà l'esatta misura le esperienze che feriscono l'anima al vedere come questi originari abitatori del Brasile siano andati a finire nelle mani della cosiddetta "Civiltà cristiana". Avidità, soldi, ricerca di minerali prezioso e di legno pregiato non si arrestano di fronte ai diritti ereditari e alle culture vecchie di migliaia di anni. Essi sopravviveranno soltanto grazie alle loro antiche tradizioni e alla loro tenace resistenza.
E la nostra missione?
E noi dove siamo, con due soli sacerdoti e due suore, in questo gigantesco territorio
della giungla, sul quale sono disperse diciotto tribù?
Quando Gesù vide le folle, fu pieno di compassione, "perché
esse erano come pecore senza pastore" Mc 6.34). Come missionari non ci
è stato nemmeno risparmiato questa dolorosa esperienza di mancanza di
personale per la missione stessa.
Essere missionario è stato, attraverso gli anni, una grazia, un dono
di Dio. Nonostante tutte le esperienze felici e amare che la vita comporta,
noi non diventiamo mai i padroni di noi stessi.
Come missionari rimaniamo sempre degli scolari. Il discepolo segue le orme del
maestro. A motivo della sua umana debolezza e dei suoi limiti il discepolo non
finisce mai d'imparare, non finisce mai di ricominciare da capo.
L'invito a seguire Gesù include l'invito a partecipare alla sua persecuzione
e alla sua croce. Il discepoli non va avanti al maestro. Il missionario - fondamentalmente
tutti i battezzati -. sono inviati "come pecore in mezzo ai lupi"
(Mt 10,16).
Missione significa anche sacrificio, persecuzione, e croce, qualunque sia la
forma che essa può prendere nella nostra vita.