
| Il
Sangue della Riconciliazione di Barry Fischer, C.PP.S. |
| La
Reconciliazione nel Carisma e Nella Spiritualità di Robert Schreiter, C.PP.S. |
| Storie
di Riconciliazione di Alan Hartway, C.PP.S. |
| Riconciliazione
e Giustizia Sociale
di Gennaro Cespites, C.PP.S. |
| Riconciliazione
in Parrocchia di Antonio Baus, C.PP.S. |
|
Un'esperienza
di Riconciliazione Nella Parrocchia di S. Filippo Neri di Putignano |
Il
Sangue Della Riconciliazione
di Barry Fischer, C.PP.S.
Nel 1985 la Chiesa Cilena celebrava un "Anno di Riconciliazione",
per sanare le molte ferite ancora aperte e in suppurazione, dopo anni di radicali
cambiamenti politici e sociali. A quel tempo io ero Rettore della Scuola "S.
Gaspare" e membro del Gruppo Diocesano di Coordinamento delle scuole cattoliche
dell' Archidiocesi. Fui invitato a far parte del Comitato di Coordinamento,
che stava preparando le attività dell'anno. Ricordo una sessione di pianificazione
quando il Vicario Generale mi guardò e disse: "Barry, tu puoi aiutarci
a capire che cosa significa riconciliazione, dal momento che tu sei un Missionario
del Prezioso Sangue". Diventò subito chiaro che ci trovavamo di
fronte a un concetto non facile da comprendere e certamente assai difficile
da raggiungere.
La riconciliazione è uno degli aspetti della missione della Chiesa, che
sta attirando una attenzione sempre maggiore nel mondo d'oggi. E il Sangue sparso
da Cristo per riconciliare tutte le cose nella sua persona (Cf Col 1, 19-20)
si trova proprio nel cuore della spiritualità del Sangue.
Che cosa significa
riconciliazione?
Faccio ancora fatica, oggi, per arrivare a dare un definizione della riconciliazione.
Sono in voga troppe false interpretazioni. Spesso, la gente che ha sofferto
a lungo sotto agitazioni sociali e violenze chiede, nella sua disperazione,
che venga imposta la pace, cercando così di raggiungere una misura di
sicurezza per se stessi. Ma può una vera pace essere costruita soltanto
sulla eliminazione degli oppositori e dei delinquenti? La riconciliazione che
Cristo ha ottenuto mediante il suo Sangue è forse la pace dei cimiteri?
Per riconciliazione si intende forse il "dimenticare" e il concedere
una amnistia su vasta scala per esonerare così gli oppressori da tutti
i loro crimini contro l'umanità? La pace equivale forse a firmare una
tregua tra i paesi in guerra o tra le tribù in lotta, la quale forse
pone fine alle ostilità ma non fa nulla per risolvere le ingiustizie
soggiacenti, le quali spesso sono le scintille che, in primo luogo, accendono
i conflitti? Certamente no. Ma allora che cosa significa riconciliazione?
Forse, uno dei modi migliori per capire la riconciliazione e la sua dinamica
è pensarla come un qualcosa che mette persone e cose in una appropriata
relazione
Il peccato, sia esso personale, sociale o istituzionale, ha portato il caos
nell'umanità, distorcendo, ostruendo e spesso distruggendo le relazioni
appropriate che Dio ha in mente per il nostro mondo. Noi dobbiamo pensare alla
riconciliazione in questo senso a diversi livelli:
° personale, in cui veniamo messi nella appropriata relazione con Dio;
° comunitario, nel quale si ristabiliscono appropriate relazioni l'uno con
l'altro;
° sociale, in cui si sviluppano appropriate relazioni tra popoli, razze
e società;
° ambientale, con il ritorno a una relazione rispettosa e appropriata con
la nostra madre terra.
O, come dice la
Lettera agli Efesini: " Ora, invece, in Cristo Gesù, voi che un
tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo.
Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo,
abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia"
( Ef 2,13-14).
Il simbolo stesso della croce ci parla graficamente di questa riconciliazione.
Il braccio verticale della croce si innalza dalla terra al cielo, mostrando
ancora una volta che l'umanità è in relazione con il Padre e con
i figli e le figlie. Il braccio orizzontale che sostiene le braccia spalancate
di Cristo parla a noi di una umanità riconciliata nella quale noi diventiamo
uno con gli altri, riconoscendo la nostra condizione di fratelli e sorelle,
figli dello stesso Padre. Così l'armonia originale tra Dio e gli esseri
umani, e tra i popoli tra loro, è restaurata attraverso Cristo, il quale
ha fatto la pace attraverso il sangue della croce (Col 1, 19-20). Le nostre
relazioni sono state redente.
Riconciliazione nella Verità
Noi saremo capaci
di dare pace soltanto se siamo riusciti a raggiungere nella nostra vita quella
pace profonda e la riconciliazione nel sangue di Cristo.
Una parte importante di questo processo di riconciliazione personale si trova
nell'accettare la verità di se stessi. E la verità è questa:
"E' stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non
imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione"
(2 Cor 5,19).
Molti di noi sono caduti nella trappola di Satana. Abbiamo accettato le sue
bugie come verità. Noi crediamo, insieme con la maggioranza dell'umanità,
che la verità della nostra identità consiste nel successo o nella
popolarità. Tale competitività fa crescere tante sofferenze e
ingiustizie nel nostro mondo. Può anche avanzare furtivamente e avvelenare
il nostro cuore e le nostre relazioni all'interno della vita religiosa. Gesù
è venuto a smascherare la menzogna! Gesù ci insegna che la verità
della nostra identità non si trova in nessuna di esse. Ma si trova, piuttosto,
nell'amore infinito di Dio per noi.
Il Papa Giovanni Paolo II ha parlato di questo, qualche anno fa, nella sua visita
in Brasile: "Il Sangue Prezioso di Cristo porta a noi la gioia più
grande di tutte: quella di sapere che noi siamo amati da Dio!". Quale pace
e gioia ci porta una tale verità! Ciascuno di noi deve prima accettare
questa sorprendente verità, se vogliamo poi essere portatori e testimoni
dell'amore e della riconciliazione di Dio per gli altri. "Voi sapete che
non a prezzo di cose corruttibili, come l'argento e l'oro, foste liberati dalla
vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso
di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia" (2 Pt 1, 18-19).
Noi siamo figli e figlie di Dio, noi siamo di stirpe regale. Non dovremmo essere
contenti di vivere in un qualsiasi altro modo. Questo è quello che Gesù
è venuto ad insegnarci. Questo è quanto Gesù ci rivela:
la verità sulla nostra condizione umana!. Egli è venuto per dare
origine a una Nuova Creazione, e lui chiama voi e me a costruire quel mondo
nuovo insieme a Lui nello Spirito. Gesù è venuto per riconciliarci
nella Verità.
Ambasciatori di Riconciliazione
Una volta scoperta
e accettata questa verità, noi siamo nella posizione di accettare la
chiamata a diventare ambasciatori della riconciliazione. " E' stato Dio
infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini
le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo
quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro".
(2 Cor 5, 19-20). E' un "grido del sangue" che chiama con un cenno
ognuno di noi, qualunque sia il nostro ministero o la nostra età. Tutti
noi siamo chiamati ambasciatori della riconciliazione, sia quelli impegnati
in un apostolato attivo, sia quelli confinati nelle nostre case per malattia,
per l'età o per altre responsabilità. Facciamo parte di una umanità
frammentata, che ha bisogno di guarigione. Noi siamo chiamati e inviati a portare
ad ogni persona che incontriamo l'amore compassionevole di Cristo, che ha redento
tutte le genti nel suo sangue. Una attenzione speciale si deve avere per coloro
che il Signore stesso ha scelto come suoi privilegiati: quelli che la società
rigetta o emargina, quelli spinti ai margini da pregiudizi, gelosia e dall'odio..
Non abbiamo bisogno di elaborare dei programmi per esercitare il ministero della
riconciliazione. E' un qualcosa che ciascuno di noi può fare, basta disporvi
il cuore. Tutti noi, con le proprie attitudini, e con i nostri semplici gesti,
possiamo annunciare la verità proclamata nel Sal 72, 12-14: "Egli
libererà il povero che grida e il misero che non trova aiuto; avrà
pietà del debole e del povero e salverà la vita dei suoi miseri;.
Li riscatterà dalla violenza e dal sopruso; sarò prezioso ai suoi
occhi il loro sangue".
In questo numero
de "Il Calice della Nuova Alleanza" molti missionari ci portano il
loro contributo, da diversi punti di vista, circa la riconciliazione. P. Robert
Schreiter comincia con il guardare al posto che la riconciliazione ha nel nostro
carisma e nella nostra spiritualità. P. Alan Hartway condivide con noi
diverse storie di riconciliazione, attraverso la sua esperienza di parroco a
Garden City, nel Kansas, USA. Queste storie, prese dalla vita quotidiana della
parrocchia, e ricavate da un contesto multiculturale, ci renderanno consapevoli
dei tanti modi in cui siamo chiamati a essere ambasciatori di riconciliazione
nel nostro ministero di ogni giorno.
D. Gennaro Cespites scrive su riconciliazione e giustizia sociale nella vita
e nell'opera del Fondatore S. Gaspare. Egli sottolinea che, mentre Gaspare si
rivolgeva alle istanze sociali dei suoi tempi, egli riconosceva anche che le
cause che sottostavano alle ingiustizie sociali sono di ordine morale, e l'ultima
risposta si trova nella conversione del cuore.
P. Antonio Baus parla candidamente della sua esperienza in una grande parrocchia
urbana di Santiago del Cile. E' una comunità che ha visto conflitti sia
sociali che interni. La riconciliazione ha chiamato lui e il gruppo pastorale
a guardare in faccia la verità delle loro situazioni, sostenuti dalla
spiritualità del sangue.
E da ultimo, D. Rosario Pacillo, parroco della parrocchia S. Filippo Neri di
Putignano, Italia, condivide con noi l'esperienza della sua parrocchia, che
ha messo al centro della sua attività pastorale la cura per la riabilitazione
dei giovani tossicodipendenti. La parrocchia tutta intera è stata coinvolta,
in un modo o nell'altro, nell'aiutare questi giovani, ragazzi e ragazze, ad
essere riconciliati con se stessi e con Dio, con la Chiesa e con la società.
Questo è un esempio che colpisce di come rispondere in maniera creativa
alla nostra chiamata ad essere missionari all'interno di una parrocchia.
Queste riflessioni, profonde come sono, cominciano appena appena a sfiorare le possibilità di un lavoro complesso e carico di sfide, come quello della riconciliazione. Si spera che esse accendano la nostra immaginazione e la nostra personale creatività, mentre andiamo dietro ai nostri compiti di tutti i giorni, sempre più consapevoli della nostra chiamata a essere ambasciatori di riconciliazione, motivati dalla spiritualità del Prezioso Sangue.
La Riconciliazione Nel Carisma
E Nella Spiritualità C.PP.S.
di Robert Schreiter, C.PP.S.
La Riconciliazione nel nostro mondo di oggi
Man mano che il secolo XX volge alla fine, il tema della riconciliazione è venuto alla ribaltà con frequenza sempre più crescente. Le agenzie di assistenza rilevano che dalla fine della guerra fredda il numero dei disastri, per i quali sono chiamate a dare una risposta, si è quintuplicato. Nella prima metà degli anni '80, la maggioranza dei disastri ai quali dovevano far fronte erano calamità naturali; oggi sono quasi sempre di origine umana, conflitti etnici e guerre. La Caritas Internationalis, l'organizzazione "a ombrello" per le agenzie di assistenza nella Chiesa Cattolica, ha fatto della riconciliazione il tema per il suo corrente quadriennio.
Molti paesi hanno
fatto l'esperienza della fine di una dittatura, di una guerra civile, del terrore.
Soltanto all'interno della C.PP.S. il pensiero corre al Cile, Perù, Guatemala,
e Polonia. Pubblici conflitti continuano a minacciare l'India. Violenze contro
gli indigeni continuano ad andare avanti senza respiro in Brasile. La frammentarietà
della vita in molte società, e i conflitti sociali che insorgono da tensioni
etniche in Europa e nell'America del Nord, reclamano che si trovino dei modi
per arrivare a stare insieme e a risolvere vecchie ferite. Il Papa Giovanni
Paolo II ha fatto della riconciliazione il tema del suo appello per la Giornata
Mondiale della Pace del 1997, vedendo in essa come la chiave per una evangelizzazione
più in profondità.
Tutte queste situazioni rappresentano il "grido del sangue" oggi.
Come Missionari del Sangue di Cristo, abbiamo bisogno di guardare, in una maniera
particolare, che cosa offrono il carisma e la nostra spiritualità per
queste situazioni che reclamano la riconciliazione.
La Riconciliazione nella Bibbia
Per comprendere bene in che modo il carisma e la nostra spiritualità possono contribuire alla riconciliazione nel mondo d'oggi, vale la pena riassumere l'insegnamento biblico sulla riconciliazione.
Il termine in
sé è usato soltanto 14 volte nella Bibbia, e poi negli scritti
di S. Paolo. Certamente, vi sono molte storie di riconciliazione in tutti e
due i Testamenti, come quella di Giuseppe e i suoi fratelli (Gen 45, 4-6) e
la parabola del figlio prodigo (Lc 15, 11-32).
Vorrei riassumere tale insegnamento in cinque punti:
1. Prima di tutto,
la riconciliazione è sempre opera di Dio, il quale dà inizio e
compimento all'opera di Cristo. Come molte storie, di cui si parla in questo
numero, noi siamo soltanto spettatori e capaci di dare testimonianza di quello
che Dio fa nell'atto della riconciliazione.
2. Secondo, poiché è opera di Dio e noi fungiamo soltanto da "ambasciatori
per Cristo" (2 Cor 5,20), il nostro modo di pensare circa l'opera della
riconciliazione è che questa sia più una spiritualità che
non una strategia. Noi possiamo soltanto sperare di creare un ambiente favorevole
nel quale Dio sceglie di operare.
3. L'esperienza della riconciliazione fa sia delle vittime che degli erranti
una nuova creazione (2 Cor 5,17). Nel modo comune di pensare sulla riconciliazione,
si crede che la riconciliazione sia possibile quando chi fa il male si pente.
Ma, nella realtà dei fatti, la riconciliazione, biblicamente intesa,
comincia quando Dio risana la vittima, restaurandone l'umanità danneggiata.
La vittima, restaurata e riconciliata, diventa l'agente attraverso il quale
Dio compie una riconciliazione più larga. Ma tale restauro e riconciliazione
non è il ritorno allo stato precedente; bensì la vittima è
veramente una nuova creazione, portata in un posto nuovo, e ad una nuova missione,
come ambasciatore di riconciliazione.
4. Quarto, il processo di riconciliazione, che crea una umanità restaurata
è la passione, morte e risurrezione di Cristo. Noi siamo guariti dal
sangue della croce (Col 1,20). Allo stesso modo in cui Dio restituisce alla
vita la vittima innocente Gesù, nella risurrezione, così Dio restaurerà
anche noi.
5. Da ultimo, la riconciliazione, compresa in questo modo, rivela quanto essa
sia realmente costosa e difficile. La riconciliazione piena avviene soltanto
quando tutti sono ricondotti insieme in Cristo. (Col 1,20).
La riconciliazione è uno dei modi più importanti che la Bibbia
ci offre per parlare dell'azione di Dio nella nostra vita e nel nostro mondo.
Oggi ha assunto una speciale importanza.
La Riconciliazione e il nostro Carisma
Secondo i nostri
Testi Normativi, il centro del nostro lavoro apostolico, dato a noi da San Gaspare,
è il ministero della Parola. Noi dobbiamo dire la Parola di Dio dovunque
ce ne sia bisogno e in maniera tale che tutti la possano capire. Facendo così,
noi partecipiamo alla potenza creatrice e redentrice della Parola di Dio.
Fondamentalmente la riconciliazione è strettamente legata al parlare.
E' la parola del perdono pronunciata nel sacramento della riconciliazione che
risana la nostra relazione con Dio. E come ci riferiscono le storie riportate
negli articoli di P. Hartway e D. Pacillo, raccontare la storia di quanto è
accaduto a noi è un modo per andare oltre il potere che tali storie possono
avere nella nostra vita. Nel predicare, abbiamo l'opportunità di incontrare
la parola di Dio per noi. E' questo il motivo per cui S. Gaspare vide l' istruzione
religiosa come un qualcosa di veramente importante per la gente di Sonnino,
come D. Gennaro Cespites fa risaltare nel suo articolo. Le parole sono parole
di vita, che ci conducono in un posto nuovo e in una nuova creazione.
Poiché il nostro carisma è legato alla potenza rinnovatrice della parola, esso dovrebbe essere in prevalenza, nel nostro tempo, un ministero di riconciliazione. Come abbiamo notato più innanzi, molte zone nelle quali lavorano i Missionari C.PP.S. stanno emergendo da lunghi periodi di acuti conflitti. Altre stanno sperimentando la frammentazione di una società pluralistica e di un mondo in rapido cambiamento. La parola di riconciliazione diventa la parola che abbiamo bisogno di ascoltare, oggi.
La Riconciliazione e la Nostra Spiritualità
Se la riconciliazione
più che strategia è una spiritualità, che forma essa prende
all'interno della nostra spiritualità? Il brano biblico rilevante per
la nostra spiritualità, si trova in Ef 2, 13: "...voi che un tempo
eravate i lontani, siete diventate i vicini grazie al sangue di Cristo".
Così coloro che erano stati fatti stranieri ed estranei sono stati riavvicinati.
Ed è il sangue della vittima innocente che ha reso questo possibile.
Credo che sia stato D. Beniamino Conti che, nel 1992, ha insistito per primo
sulla centralità del tema della riconciliazione nella nostra spiritualità.
Le sue parole hanno certamente trovato il compimento oggi.
Il sangue della
croce è la sorgente della nostra pace (Col 1,20; Cf. Ef 2, 14), e quando
noi proclamiamo l'amore che Dio ci ha dimostrato attraverso lo spargimento del
sangue di Cristo, noi stiamo dicendo parole di riconciliazione. Ma, come si
presenta, in concreto, una vita consacrata alla riconciliazione?
Lasciate che io presenti alcune tracce, illustrate dalle testimonianze sulla
riconciliazione, che appaiono in questo numero de "Il Calice".
Essa comincia
con l'offrire alle vittime una zona di sicurezza e di ospitalità. Dovremmo
venire creando nelle nostre case di missione, parrocchie, e scuole dei posti
dove le vittime possono venire per esaminare le loro ferite. E' solo quando
saranno disponibili dei posti come questi che il processo della riconciliazione
potrà avviarsi. Come l'articolo di D. Rosario fa vedere in questo numero,
la creazione di una tale zona diventa trasformante non soltanto per le vittime,
ma anche per coloro che danno sicurezza e ospitalità agli altri.
Secondo, una spiritualità di riconciliazione richiede paziente accompagnamento
delle vittime. La storia narrata da P. Antonio Baus di una parrocchia lacerata
prima da anni di dittatura e oppressione, e poi dallo shock della doppia vita
del suo pastore, ci fa vedere quanto sia importante - e quanto difficile! -
questo passo. Spesso noi vorremmo che Dio agisse più alla svelta, ma,
come P. Hartway ci fa ricordare, Dio lavora con i tempi di Dio.
Terzo, la riconciliazione richiede un impegno con la verità. Il passato
non si può ignorare né cancellare. Spesso c'è stato un
groviglio di bugie che ha fatto diventare più piccoli tutto coloro che
hanno avuto contatti con esso. L'ingiustizia non può essere condonata
o legittimata. Bisogna che gradualmente tutti noi giungiamo alla luce splendente
della verità, fuori dalle ombre dell'inganno e dell'illusione.
E, da ultimo, la spiritualità della riconciliazione deve riguardare la
edificazione di comunità di memoria e di speranza. Una comunità
di memoria è quella che non dimentica il passato, ma non vive più
sotto il suo giogo. Noi non possiamo mai dimenticare quello che è accaduto,
però possiamo ricordarlo in maniera diversa. Essere capaci di ricordare
a questo modo, è una grazia della riconciliazione. Tuttavia, una comunità
riconciliata non può dimorare nel passato, essa guarda avanti, nel futuro,
con speranza. Essa fa questo sforzandosi di creare quelle condizioni per le
quali tali gravi errori non capitino mai più.
Mi sembra che una spiritualità di riconciliazione sia la chiamata preminente
del nostro carisma per questi tempi della nostra storia.
Essa grida ad alta voce il modo in cui Dio è al lavoro nel nostro mondo,
anche in mezzo alle realtà distorte dal male che spesso ci circonda.
Come Missionari del Sangue di Cristo, il "grido del sangue" per noi,
oggi, è certamente in questa direzione.
Storie Di Riconciliazione
di Alan Hartway, C.PP.S.
La riconciliazione, nella vita di parrocchia, è un qualcosa che, di solito,
non viene intrapresa attivamente e neppure è un corso di azioni attivamente
perseguite. Piuttosto è un atteggiamento, un rimanere aperti, uno stare
a disposizione. Ci sono delle persone che hanno un dono o un senso particolare
della riconciliazione. Nella mia personale esperienza, la riconciliazione non
implicava troppe parole, proposte, o idee da parte mia, bensì dare ascolto
alle storie della gente, tenendo in considerazione tali storie, con dignità
e rispetto, e aiutando la gente a scoprire in queste storie un significato,
una identità, una sicurezza.
Mentre ero parroco,
per nove anni, nella parrocchia di Santa Maria, in Garden City, Kansas, sono
stato assai benedetto per il coinvolgimento in molte storie di riconciliazione.
Ciascuna di esse fa perdurare in me memorie di grazia e di sapienza. In ciascuna
narrazione sperimento l'amore che Dio ha per queste persone, gente spesso rigettata
dal potere della nostra società e cultura.
Il carisma della riconciliazione riguarda proprio la grazia e la sapienza. Nel
bel mezzo di ciascun esempio di riconciliazione sono arrivato a capire quanto
poco io sapessi e quanto avevo ancora bisogno di imparare. Ho capito quanto
grande fosse quello che non dipendeva dal mio agire, ma proveniva direttamente
dalla potenza e dalla presenza di Dio, che è all'opera nella nostra vita
per la edificazione di una comunità di fede e di speranza.
Da Garden City voglio condividere con voi quattro storie di riconciliazione. Ciascuna di esse ha una componente multiculturale, giacché mi sembra che - almeno nella società nordamericana - è proprio questo l'aspetto che ha più bisogno della riconciliazione.
Riconciliazione e Relazioni Razziali
Verso la fine
degli anni '80, Garden City fu scelta come zona per studiare le relazioni razziali.
Garden City è una comunità di circa 30 mila persone, in una area
isolata nell'ovest degli Stati Uniti. L'industria principale della città
sono i sistemi di lavorazione della carne dei bovini; ogni giorno vengono uccisi
oltre ottomila capi di bestiame. Poiché c'era una disoccupazione molto
bassa, la gente di molti paesi è stata attirata a venire qui. Nella nostra
parrocchia, una delle due parrocchie cattoliche della città, esiste una
dozzina di lingue diverse e gruppi culturali. I più grandi sono quelli
dell'America Latina, soprattutto del Messico, ma sembra quasi che ogni paese
dell'America Latina vi sia rappresentato. La Fondazione Ford, che stava conducendo
lo studio sulle relazioni razziali, piazzò tre antropologi nella nostra
comunità per studiare noi. Ci chiesero che cosa stessimo facendo per
rendere le relazioni razziali più facili, e che cosa succedeva quando
le cose fossero arrivate a un punto di tensione. La nostra parrocchia era uno
dei punti focali, a causa dei molti differenti gruppi riuniti là per
il culto divino e per altre attività parrocchiali.
Durante questo tempo, vennero impiegati degli arbitri federali che lavorassero
con il dipartimento di polizia e la comunità messicana e messico-americana.
C'erano stati ripetuti, eccessivi arresti di latinoamericani, dopo la chiusura
delle taverne alle due del mattino. Era evidente il bisogno di una migliore
intesa tra la predominante cultura bianca, rappresentata dalle forze di polizia,
e le culture messicane.
La strategia fu quella di tenere una serie di incontri in posti sicuri per migliorare
la qualità della comunicazione tra i due gruppi. La sala degli incontri
della parrocchia di Santa Maria fu scelta come uno di questi siti. Una domenica
pomeriggio tutti i gruppi si incontrarono. Gli arbitri cominciarono con l'invitare
la gente a dire la propria storia. Fu come aprire una chiusa per le acque alluvionali.
Dopo un'ora circa, il capo della polizia cominciò a tamburellare sul suo orologio da polso, come se quello si fosse fermato. Irene, una delle più anziane della comunità latinoamericana, si alzò in piedi e puntò il dito verso di lui, dicendo: "Questo è il problema. Il nostro senso del tempo è differente. Noi proveniamo da due differenti culture" Il capo della polizia rispose: "E' già passata un'ora. Quante altre di queste storie ci tocca ascoltare?". Irene replicò: "Ciascuna singola storia". Allora il capo della polizia si lamentò: "Ma sembrano tutte identiche". Al che Irene rispose: "No. Ogni storia riguarda un singolo individuo. Essi debbono essere ascoltati tutti".
Credo veramente che non dimenticherò mai questo scambio di battute. Quanto era saggia questa anziana signora della nostra parrocchia! Nella riconciliazione, ogni storia merita di essere ascoltata e con interesse.
Riconciliazione tra le Famiglie
Nel novembre 1992,
un alunno delle scuole secondarie rimase ucciso in un tragico incidente automobilistico,
mentre tornava a casa dopo un avvenimento sportivo. Guidava la macchina un altro
giovane. Erano le prime ore del mattino, ed egli sbagliò la curva sulla
strada. L'altro giovane, che in quel momento stava dormendo, rimase ucciso nell'urto.
Era un giovane estremamente popolare, e un volontario catechista in parrocchia
per i ragazzi della scuola primaria. Era il figlio unico di una coppia messico-americana,
la quale era , a sua volta, molto impegnata in parrocchia e nella comunità.
Essi avevano anche una figlia. Questa morte fu una perdita tremenda per la coppia,
specialmente per il padre del giovane ragazzo. Il giovane che era alla guida
della macchina era vietnamita, e era stato adottato come l'unico figlio di una
coppia americana, che non erano cattolici.
Diverse settimane dopo l'affollatissimo funerale, i genitori del giovane morto
mi avvicinarono, e mi chiesero se avessi voluto organizzare un incontro con
il giovane che era stato alla guida e con i suoi genitori. Essi vivevano insieme
nella stessa piccola città, come vicini di casa, e ora trovavano la loro
relazione e i loro silenzi imbarazzanti. Il padre aveva pure confessato quanto
fosse esasperato nei confronti di questo giovane che aveva "ucciso suo
figlio", come diceva lui. Con grande timore sull'esito della cosa, e dopo
averla ponderata pere un po' di tempo, acconsentii a lavorare con loro. Avevo
avuto diversi incontri con coppie che avevano perduto i loro figli, e io avevo
avuto un incontro insieme con l'altra famiglia.
Prendemmo gli accordi per un incontro nella casa dei genitori del ragazzo morto.
Ci furono molte lacrime, quando la storia della notte dell'incidente venne detta
e ripetuta in ogni dettaglio. Era quasi una danza rituale di parole nella quale
ognuno poteva avere accesso per dire le stesse parole sul il terribile avvenimento.
Ciascuno si sforzava di capire e di dare un significato all'incidente che aveva
cambiato le loro vite. Il mio ruolo era quello di fare domande, di cercare la
chiarezza, e di invitare le persone a parlare quando si erano acquietate.
Ognuno espresse
il suo dolore, la sua amarezza, la sua rabbia. Ad un certo punto il padre disse
al giovane ragazzo: "Tu hai ucciso mio figlio, il mio unico figlio".
Sembrava Davide che faceva il lamento su Assalonne. Il giovane ragazzo rispose:
"Io so di essere responsabile, e me ne dispiace. Mi dispiace che tu non
hai più tuo figlio. Ti prego di perdonarmi". Allora il padre si
alzò in piedi e attraversò la stanza. Avevo paura di quello che
avrebbe potuto fare. Ma egli abbracciò questo giovane con molte lacrime
agli occhi.
Io credo che fu proprio in quel giorno, in quel determinato momento che incominciò
la guarigione. E so anche che quello fu un piccolo passo nella riconciliazione,
la quale richiederà molti anni ancora. Ma era un inizio, un inizio che
veniva dalla grazia di Dio.
Riconciliazione e Violenza
Nel 1990, dopo una serie di morti violente di parrocchiani, un gruppo di persone (inclusa la famiglia dell'ultima vittima), vennero da me come loro parroco. Essi volevano fare qualche cosa a proposito dei fucili nella comunità. Sentivano che la Chiesa avrebbe dovuto prendere posizione su questa materia. Per prima cosa, perciò, parlammo con il Consiglio dei Laici latinoamericano della parrocchia, e poi con il Consiglio Pastorale. Portammo all'attenzione un piano. Io avrei dovuto fare una serie di omelie sugli effetti della violenza nella nostra cultura. Il tutto sarebbe culminato in un "appello del fucile" presso l'altare; la gente, allora, sarebbe stata invitata a venire avanti e depositare giù le armi. Una seconda parte del piano era un invito a firmare una dichiarazione in tutte le Messe del primo novembre. La dichiarazione sarebbe stata portata al momento della presentazione delle offerte in ciascuna Messa; essa diceva: "Per questo Natale io sono un genitore impegnato a comprare per i miei figli doni che non siano violenti. Io sono impegnato a parlare ai miei figli di Gesù, il Principe della Pace".
L'ultima parte
del piano ottenne una risposta schiacciante. Pochi avevano risposto alla prima
parte del piano: nessuno mise fuori delle armi, durante la Messa. Diverse armi
furono consegnate in privato, e queste furono portate alla polizia perché
le distruggessero. Ma fu provocata un notevole discussione nell'intera comunità
circa la violenza nella nostra vita e sul fatto che tutto noi siamo responsabili
per far sì che essa finisca.
Ancora una volta, la cosa più importante accaduta era stata quella di
raccontare delle storie, ricordando e onorando le vittime. Questo, inoltre,
voleva dire che ognuno potrebbe fare qualche cosa circa tale problema. Ho ricevuto
molte critiche durante questa "campagna". Ho anche corso dei rischi,
poiché sono stato minacciato dai membri locali della "Associazione
Nazionale Fucili"; fui anche criticato da colleghi sacerdoti - uno di questi
mi informò che egli dormiva sempre con un fucile.
La riconciliazione è tutta sui rischi che noi siamo pronti a correre
per quello che per noi è importante.
La Riconciliazione e le altre Religioni
Tra gli uomini che lavoravano negli impianti di lavorazione della carne di bovini, c'erano cinque giovani Musulmani, provenienti dall'Africa. Essi lavoravano e diventarono amici con i Latinoamericani negli stabilimenti, e così passavano con loro il tempo libero. Essi venivano perfino alla Messa domenicale con i loro amici. Quando fecero questo, uno dei parrocchiani venne da me molto preoccupato per questo fatto, pensando che essi non dovevano nemmeno essere là, dal momento che non erano neppure cristiani. Questa persona voleva sapere che cosa avevo intenzione di fare come parroco. Gli dissi: "Estendere a loro il segno di pace". Alla fine, due di loro si unirono alla Chiesa, avendo sperimentato la nostra ospitalità e avendo trovato una casa tra di noi. A volte, mettere insieme le persone e conciliare le differenze è una cosa assai semplice come questa.
S. Gaspare e la Riconciliazione
Nei giorni di
S. Gaspare c'era un abisso tremendo tra la cultura della città di Roma
e la cultura della gente di montagna, nei pressi di Roma. Tutte e due le zone
conoscevano abbastanza la violenza, ciascuna nel suo genere. Gaspare seppe leggere
accuratamente il problema, analizzandolo alla sua radice. Egli, inoltre, ebbe
il coraggio di fare qualche cosa in merito. Seppe uscire fuori della sua propria
cultura ed entrare nella cultura dell'altro con compassione e comprensione.
Seppe ascoltare le loro storie, accordando loro dignità e rispetto. Seppe
invitarli a diventare nuova creazione. Seppe fornire loro speranza e ospitalità,
un posto dove un mondo nuovo avrebbe potuto prendere forma attorno a loro.
Sembra che il carisma del Prezioso Sangue sia questo. Noi leggiamo i segni del
nostro tempo, sappiamo che cosa si può fare, gli diamo una risposta e
ingaggiamo altri nella nostra attività, abbiamo il coraggio di impegnare
noi stessi in un corso rischioso di azione, essere presenti e parteciparvi.
Per il resto, sappiamo che la riconciliazione è cosa che riguarda la grazia di Dio e il suo amore per noi, ed sono proprio la grazia e l'amore che ci stimolano in questo ministero della riconciliazione.
Riconciliazione E Giustizia
Sociale
di Gennaro Cespites, CPPS
Parlando di riconciliazione
nel suo aspetto sociale, con particolare riferimento ai tempi di S. Gaspare
e del Venerabile Giovanni Merlini, la mente corre subito al brigantaggio e ai
briganti, per la cui redenzione hanno tanto lavorato e sofferto i nostri due
santi missionari. Ma il brigantaggio non era l'aspetto più preoccupante
- anche se il più eclatante e maggiormente fastidioso - della condizione
politica e sociale dello Stato Pontificio. Il giudizio di Gaspare sulla efficienza
di tale Stato è severo (Cf. Epistolario, III (1824-1825), Roma 1987,
pag.337-353).
La classe politica che detiene il potere è corrotta e dedita a manovre
di interesse privato. L'uso brutale della forza, le sperequazioni economiche,
il lassismo del clero rafforzano l'opposizione che si esprime in toni fortemente
anticlericali e spesso irreligiosi. Agli amici seriamente impegnati nel campo
politico, Gaspare suggerisce indicazioni politiche che, talvolta, sembrano un
ritorno al potere feudale. Ma non sono le soluzioni "politiche" la
principale preoccupazione di Gaspare. La sua attività sacerdotale e missionaria,
come quella dei suoi compagni di ministero, primo fra tutti il Ven. Merlini,
è gelosamente apolitica, poiché l'unica motivazione che anima
il suo zelo è quella di annunciare il messaggio di salvezza a tutti e
in qualunque contesto sociale, culturale e politico.
Apolitico, ma non fuori della realtà; apostolico, ma non disumano; tutto
intento alle cose del cielo, ma non disincarnato dalle vicende del mondo in
cui vive.
Nella lettera al Card. Cristaldi, del settembre 1824, S. Gaspare scrive:"
Vorrei però pregarla a far togliere dal Santo Padre l'abuso di tagliare
le teste o dividere i cadaveri di chi è morto condannato dalla giustizia.
Basta che sia giustiziato
il reo; si dia poi sepoltura a chi coi Sacramenti è morto nella riconciliazione
con Dio. Ha così del disumano. In questa Provincia in certi paesi sono
più i teschi sulle porte che le pietre a così esprimermi (...).
Gran miseria il trovarsi di continuo a tali prassi che io non so conciliare
col misto della pietà religiosa per i trapassati" (.op.cit., pag.
153).
Gaspare vive intensamente questi avvenimenti, sostenuto da una forte coscienza
apostolica, per la "frontiera" che gli è stata assegnata direttamente
dal Papa Pio VII. Il suo ministero della riconciliazione, passato attraverso
l'acqua e il fuoco delle difficoltà e delle avversità, viene vissuto
da lui in un crescendo di consapevolezza, senza la quale inaridirebbero le motivazioni
del suo agire
In un'altra lettera a Mons. Belisario Cristaldi, scritta il 20 giugno 1825,
Gaspare denunzia le cause del brigantaggio, che, a suo avviso, risiedono nelle
ingiustizie sociali, nella corruzione della classe dirigente, nella mancata
applicazione di quanto stabilito nei sinodi: "Non può negarsi che
il brigantaggio abbia in gran parte origine da una certa odiosità fra
i poveri e i benestanti, e specialmente in punto interessi. Non si può
dire qual sistema rovinoso siasi introdotto in punto negoziati di grano, e mutui
così detti, ma senza idea di mutuo, per cui irritati i miserabili da
queste angarie, meditano vendette e strage. Usa il ricco tale oppressione coll'indigente,
e sa d'altronde rivolgere il temporale provento a continui giuochi, danze, intemperanze
e cose simili(...). Suggerisce quindi alcuni interventi economici pratici par
favorire i più deboli e bisognosi, rifacendosi a delle leggi sinodali
rimaste senza applicazione, per concludere che, se si saprà "associare
così le leggi esteriori colla coltura pia e religiosa, si toglierà,
ripeto, gran zizzania dal cuore dell'uomo." (Ivi, pag. 340).
E' importante sottolineare questa linea di condotta di Gaspare: associare le
leggi esteriori con l'istruzione religiosa di questa povera gente, dal momento
che il vero nemico della verità non è l'errore, ma l'ignoranza.
Gaspare passa in rassegna altre situazioni che, a suo giudizio, sono state causa
di tale disperazione da spingere tanta gente a preferire la strada della montagna
e del brigantaggio: "La seconda causa si è l'aver ridotto l'Immunità
locale della Chiesa, e Luoghi pii ad una esteriore convenienza al più
di parole," sicché si è venuta a perdere una occasione per
far sì che il suddito traviato "eviti la disperazione, e si abbandoni
nelle mani del Principato, qual figlio che ritorni nelle braccia del genitore;
ed il misto dell'aspro e del dolce, a così esprimermi, causa che il delitto
si apprenda nella sua giusta deformità."(ivi, pag. 340)
Gaspare denunzia ancora il fatto che le leggi spietate hanno ottenuto, in genere,
l'effetto contrario, mentre, sulla scorta delle "città presidio",
occorrevano altre " maniere onde ricondurre i traviati a riconciliarsi
col governo e ad accettare quelle pene mitigate dalla docilità",
ciò che avrebbe anche liberato il governo da inutile preoccupazioni e
da altrettante inutili spese,. "e l'esperienza ha dimostrato che sebbene
non si vadano a togliere con ciò tutti i disordini, non può negarsi
che si minorano, e vi è un mezzo a non moltiplicarli, come segue a chi
disperatamente si decide a vivere alla montagna" (ivi, pag. 340).
Un Editto pertanto, conciliato però in termini da non far svistare chicchessia
( e questi non mancano) ed un invito indiretto a chi è delinquente fin
qui, di gettarsi nelle braccia della Chiesa, onde poi pacificamente assoggettarsi
a quelle misure che un Principe, che è anche padre, saprà in tali
casi adottare andrebbe a togliere ad ogni modo la malvivenza.
Conviene pure ad
un qualche partito attenersi, e scegliere quello fra gli altri, che meglio bilancia
lo spirituale ed eterno, col momentaneo ed esteriore regime! Qual pena si è
sentire notizie di miseri che vanno a morire senza neanche articolare la parola
:Gesù! E pur si tratta di fuoco eterno, e di anime che costano Sangue
all'appassionato Signore! Qualunque sia il principio di jus pubblico da prendersi
a calcolo è certo che prenderemo noi ad esame tali massime non in sensu
diviso, ma in sensu composito delle leggi, cioè, di pietà, di
carità, di zelo della salute delle anime".(ivi, pag. 341).
Cosa significava per Gaspare e per Giovanni Merlini questo "zelo della
salute delle anime"? Una decisa presa di posizione contro la mancanza di
istruzione religiosa, che era la vera causa di quella piaga sociale del brigantaggio.
Perciò Gaspare chiese che lui e i suoi compagni andassero da soli verso
i briganti, senza la scorta dei gendarmi, con un programma ben preciso: "Noi
infatti non predichiamo noi stessi ma Gesù Cristo Signore; quanto a noi,
siamo i vostri servitori per amore di Gesù. E Dio che disse: Rifulga
la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza
della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo" (2Cor 4, 5-6).
Evidentemente, la radice battesimale viene messa alla base della conversione,
che giunge a pienezza quando l'adulto accoglie Cristo come Signore della sua
vita. E Gaspare è riuscito a fare questo miracolo, perché ha portato
un bel gruppo di briganti a fare un corso di Esercizi Spirituali nel Monastero
delle Canne, la prima Casa di Missione fondata a Sonnino, la patria dei briganti!
L'integrazione nella totalità della persona e dei propri sentimenti della
signoria di Cristo, continuata per tutta la vita, si integra così nelle
complessità storiche della propria esistenza attraverso un cammino, che
è allo stesso tempo conversione e riconciliazione con se stessi, con
Dio, con la società.
Il Merlini, dal
canto suo, che si trova per una predicazione straordinaria a Vallecorsa, tratta
il problema della malvivenza sotto i vari aspetti, religiosi e sociali. Fa rilevare
la irragionevolezza del brigantaggio che si oppone ad ogni legge divina e umana,
la gravità dei delitti, la vergogna che da essi ricade su tutta la popolazione,
le conseguenze del ristagno delle attività produttive: le campagne sono
incolte, i rovi soffocano gli uliveti più lontani; il grave pericolo
che i briganti stessi corrono di dannarsi l'anima, dopo aver vissuto anche in
questo mondo una vita d'inferno.
Infine dichiara quale sia, secondo lui, l'unica risorsa in mezzo alle tante
sciagure: che alla legge del terrore subentri la legge dell'amore. Sull'esempio
di Cristo, che ha perdonato fin sulla croce, tutti devono perdonare: lo Stato
e i briganti.
Qualcuno riferisce ai briganti, asserragliati ancora sulle montagne, le parole
del santo missionario. Quelli di Vallecorsa decidono allora di scrivere una
lettera al Ven. Giovanni Merlini, perché, d'accordo e insieme con il
Canonico del Bufalo, facessero da intermediari per ottenere il perdono del Papa,
dicendosi addirittura pronti ad andare a Roma con le loro famiglie, per ottenere
misericordia.
Sfortunatamente
la rapida conclusione del brigantaggio non piace né ai nemici dello stato
pontificio, perché questo darebbe prestigio al Papa, né ai suoi
stessi funzionari, i quali vedrebbero la fine del soprassoldo, che percepiscono
senza troppo rischio. E la storia si fa così attualità.
Novecento: un
secolo "laico" che ha bisogno di perdono. Il "perdono" è
il grande tema di questo fine secolo, il nodo irrisolto intorno al quale ruotano
i casi che maggiormente appassionano la politica e la cultura mondiale: tentativi
di riconciliazione della storia di destra e di sinistra, autocritica della Chiesa
sull'Olocausto, genocidi, campi di concentramento e/ o di sterminio, tentativi
di avere una storia "unica", in cui intere nazioni possano riconoscere
dignità a tutti i loro morti, senza distinzione di ideologie. Ma come
si può arrivare a tale stadio di accettazione se non si passa attraverso
il perdono dei crimini reciproci?
Ma cos'è il perdono, se viene usato in casi così diversi? E perché
il secolo si chiude con questo bisogno? Un secolo definito da grandi ideologie
trova nella riflessione sul perdono la chiave per scardinare tante gabbie. Cosa
sia il perdono per un secolo sostanzialmente "laico" è meno
chiaro.
Forse una sorta di cruna d'ago o meglio, una nuova Canossa cui andare per deporre
le inquietudini morali alle quali un secolo "laico", appunto, non
ha saputo dare risposte.
Riconciliazione
In Parrocchia
di Antonio Baus, C.PP.S.
I Missionari del Prezioso Sangue vennero a lavorare in Cile nel 1947. Fino dai
primi anni essi furono responsabili della cura pastorale della parrocchia di
San José che, con l'andare del tempo, andò ingrandendosi sempre
di più, sia nel territorio che nella popolazione.
Situata alla periferia estrema di Santiago, essa era caratterizzata da una grande
povertà e da una crescita quasi incontrollata delle abitazioni nei dintorni.
Uno di questi agglomerati di popolazione cominciò a ricevere la cura
pastorale negli anni '50, e divenne parrocchia indipendente l' 8 luglio 1962,
con il nome di Nostra Signora del Prezioso Sangue. Da allora fino ai giorni
nostri, i Missionari del Prezioso Sangue hanno svolto il loro ministero in mezzo
a molte difficoltà, sia di ordine organizzativo che di infrastrutture.
Si sentivano ancora gli effetti degli anni della dittatura e, in seguito, della
diminuzione del clero. I vasti insediamenti e le regioni che furono costruiti
riflettevano la situazione di molte famiglie che erano giunte colà e,
con grandi sforzi, avevano cominciato a costruire le loro case, lavorando in
difficili condizioni di impiego e con poco aiuto da parte dei loro vicini. A
poco a poco cominciarono a svilupparsi organizzazioni di buon vicinato le quali
diedero forma al distretto, lavorando per sopperire ai bisogni fondamentali
di luce, acqua, e fogne.
All'interno di tutto il processo, veniva costruita la chiesa, non solo nel suo aspetto materiale, ma anche nelle innumerevoli relazioni che si venivano stabilendo attraverso la configurazione dei diversi gruppi che cominciavano a sorgere attorno alla parrocchia. Il progresso, tuttavia, era lento e richiedeva molta pazienza e dedizione.
Gli Anni della Dittatura
Durante gli anni
della dittatura (1973-1989), molti dei distretti della zona soffrirono a causa
degli abusi che si commettevano. L'area della nostra parrocchia fu particolarmente
colpita dalla oppressione politica, e la situazione divenne peggiore per gli
effetti negativi della recessione economica degli anni '80. Questo, però,
non ostacolò la nascita di alcune organizzazioni sotto l'egida della
nostra parrocchia, che aiutò la gente in maniera concreta a superare
o a resistere contro le grandi difficoltà imposte dal sistema. Alcune
di queste organizzazioni, come pure i loro capi, caddero in sospetto e ricevettero
la loro parte di sofferenza, venendo perfino denunziati pubblicamente, o soffrendo
esclusioni o persecuzioni.
La presenza e il sostegno dei Missionari del Prezioso Sangue furono una presenza
costante, ma anche questo non fu senza malintesi e sofferenze
Non tutta la gente, in parrocchia, anche se viveva in una area povera della
città, la pensava allo stesso modo circa le direttive del governo al
potere. C'erano sostenitori e c'erano degli oppositori. E questo aggravò
ancora di più la tensione che, inevitabilmente, si venne a riversare
sull'attività pastorale.
Una Nuova Direttiva Pastorale
All'inizio del 1994, il Direttore del Vicariato mi chiese di diventare Vicario Parroco della parrocchia di Nostra Signora del Prezioso Sangue, con la speranza che il nuovo pastore sarebbe arrivato entro i prossimi mesi, per rimpiazzare chi era stato lì negli ultimi tredici anni. Fin dall'inizio mi accorsi che io non ero il benvenuto nella comunità locale. C'erano critiche e rifiuto del mio stile pastorale.
All'inizio mantenni
un atteggiamento di tranquillità, sapendo che era molto duro per la gente
accettare un cambiamento nella direttiva pastorale, diversa da quella di un
parroco che aveva lavorato lì, con molta dedizione, per tredici anni,
e in modo particolare durante gli anni difficili della dittatura. Cominciai
con parole di stima e di riconoscimento per il lavoro fatto dal mio predecessore.
Ringraziai sinceramente Dio per la gente che aveva positivamente accettato il
lavoro di un confratello della nostra Congregazione.
Tuttavia la tensione continuò, e non si riusciva a scoprire la ragione
di tale diffidenza. Dopo circa mezzo anno, ci giunse parola - da buone fonti
- che vi erano delle accuse che c'era stata una breccia nella promessa di celibato
del mio predecessore. All'inizio nessuno di noi poteva credere a tali asserzioni,
soprattutto perché riguardavano un fratello sacerdote il quale avrebbe
meritato totale rispetto e considerazione. Sfortunatamente dovemmo affrontare
la verità delle cose, insinuate nelle accuse, che da ultimo compromisero
la sua libertà, e la sua disponibilità e capacità di fare
il ministro come membro della Congregazione.
Nello stesso tempo
il Vicariato stava sperimentando un carenza acuta di sacerdoti, in concomitanza
della quale decidemmo di restituire all'Archidiocesi una delle nostre due parrocchie.
Il Vicariato decise di conservare la parrocchia di Nostra Signora del Prezioso
Sangue.
Personalmente mi trovai a riflettere, in quel momento: dove sono le ferite?
Dove è stato versato sangue? Dove potremmo vivere meglio la nostra spiritualità?
La risposta a tutto questo e le motivazioni personali per tutte queste cose,
fino al momento presente, è diventata riflessione su tutto quello che
è accaduto.
Lezioni sulla Riconciliazione
La strada, attraverso
attraverso tutto questo, durante quasi cinque anni, non è stata facile,
specialmente durante il tempo nel quale - per circostanze speciali - era stato
permesso al precedente parroco di continuare a svolgere il ministero in parrocchia.
Questo aumentò la confusione, ma nello stesso tempo, fu una cosa buona
in quanto che, con l'andare del tempo, rivelò delle cose che in precedenza
non erano chiare e creavano confusione per tutti.
Io credo che una delle vie che scegliemmo fu quella di prendere visione delle
ferite di cui avevamo sofferto, in tutta franchezza e dolore, senza tentare
di immaginare o di agire come se non fossero mai accadute
La storia di dolore
- e non mi sto riferendo solo ai problemi personali del parroco precedente,
ma anche all'intero contesto socio-politico attraverso il quale noi tutti siamo
passati - fu un qualcosa di cui cercammo di accettare la responsabilità
e di lasciarci alle spalle, riconciliati, con l'aiuto della nostra ricca spiritualità.
Recentemente le Suore del Prezioso Sangue (di Dayton) si sono unite a noi nel
nostro lavoro pastorale. Esse hanno preso molto bene sopra di sé la sfida
della nostra spiritualità, che è quella di sanare le ferite, di
riconciliare i nostri cuori, di imparare a perdonare le offese, e, soprattutto,
di fare l'esperienza dell'incondizionato amore di Dio.
Un'Esperienza
Di Riconciliazione Nella Parrocchia Di San Filippo Neri Di Putignano
D. Rosario Pacillo, C.PP.S.
Mi è stato chiesto di raccontare l'esperienza della riconciliazione vissuta
nella Parrocchia di S. Filippo Neri, a Putignano.
La significatività dell'esperienza è dovuta al fatto che dal 1988
questa comunità parrocchiale si è fatta carico dell'impegno di
dare una risposta concreta a tanti giovani che erano entrati nel tunnel della
droga. Accanto alle diverse opere parrocchiali, legate all'ambito catechistico
e a quello liturgico, si è sviluppata anche una attività caritativa,
svolta da un folto gruppo di volontari dell'Associazione Famiglie S. Filippo
Neri, per l'aiuto ai tossicodipendenti, che ha dato vita a due strutture: una,
di prima accoglienza, dove vengono accolti giovani nella difficile fase della
dissuefazione dalle sostanze stupefacenti; un'altra, la Casa-Famiglia, dove
risiedono giovani che sono già avviati in un programma di ricupero, svolto
in collaborazione con una comunità terapeutica del Progetto Uomo, di
Bari.
Nella prima struttura, dove si alternano operatori, volontari e obiettori di
coscienza, sono state registrate oltre milleduecento presenze di giovani, prevalentemente
maschi, spesso con problemi anche con la giustizia.
Nella seconda struttura, molto più recente, sono passati circa settanta
soggetti.
L'Associazione svolge anche attività di prevenzione ( con ragazzi, giovani,
genitori, insegnanti, sia nelle scuole che in parrocchia) e di formazione. Diversi
giovani sono stati anche accompagnati nelle fasi del reinserimento sociale.
A partire da questa sintesi, che era necessario fare per permettere al lettore di capire quanto dirò, parlerò ora dell'esperienza della riconciliazione vissuta all'interno della comunità parrocchiale, sulla spinta proprio di questa attività da essa svolta.
1. Riconciliazione Con L'identità Del Missionario
Come missionario
del PP. Sangue mi sono fatta anch'io tante volte la domanda: Qual è la
mia identità di missionario? Annunciare il mistero del Sangue di Cristo!
Ma, come annunciare questo mistero? Con la Parola. Ma come può la Parola
del Sangue essere annunciata senza che sia svuotata della sua potenza salvifica?
Perché essa, a volte, rimane senza effetto? Perché non è
accompagnata dalla testimonianza! Ma, quale testimonianza può rendere
presente il Sangue della redenzione?
Mi è sembrato che l'opera non personale ma comunitaria, svolta a favore
dei tossicodipendenti per redimerli dalla schiavitù della droga, fosse
una testimonianza chiara del mistero del Sangue del riscatto. Ho sentito che
quest'opera, non creata ma nata spontaneamente dalle esigenze della pastorale,
riconciliasse anzitutto me stesso con la mia identità di missionario.
Una riconciliazione che resta sempre da portare a compimento, soprattutto quando
l'attività umana può prendere il sopravvento sull'azione dello
Spirito.
2. Riconciliazione All'interno Della Comminuta' Parrocchiale
Ma anche la comunità
parrocchiale ha fatto esperienza di riconciliazione con la sua natura, essendo
essa porzione della Chiesa, sacramento universale di salvezza. La Chiesa italiana
ha sentito il bisogno di riconciliarsi con i poveri del nostro tempo elaborando
il programma pastorale per gli anni '90, espresso nel documento: "Evangelizzazione
e testimonianza della carità".
Si sentiva dunque il bisogno di mettere al centro della pastorale "la Carità",
di riconciliarsi dunque con le situazioni più drammatiche del territorio,
con quella parte dell'ambiente sociale che sfuggiva all'annuncio evangelico
perché, come un terreno indurito da problematiche forti ed emarginanti,
era incapace di accogliere il seme della Parola. Come poteva la catechesi penetrare
nelle famiglie, chiuse nella propria sofferenza, se non si lasciava accompagnare
dalla sorella carità? E come poteva celebrare la lode al suo Signore,
nella sacra liturgia, chi viveva sotto la schiavitù di altri padroni?
Quando la parrocchia ha preso coscienza che le problematiche della droga non
erano poi così lontane, ma erano ben annidate in ogni angolo del quartiere
e che esse condizionavano in buona parte la vita sociale. umana e spirituale
dei suoi fedeli, allora i catechisti e i collaboratori più impegnati
non si sono tirati indietro, ma hanno offerto la loro piena e generosa disponibilità
per questa causa. Nello stesso tempo, però, sono emerse anche tutte le
difficoltà, tutti i conflitti le paure, le gelosie di una comunità
che credeva di stare bene, che preferiva il "nascondere" al "vedere",
difendersi anziché lottare.
E' vero: l'esperienza,
per alcuni, è stata traumatica. La destinazione di un'aula di catechismo
e di altri ambienti ad attività per i tossicodipendenti ha creato, all'inizio,
scandalo, sgomento, allarme; ma per molti è stato un segno di profezia
e di speranza. La presenza dei tossicodipendenti all'interno dei locali della
chiesa mostrava una comunità cristiana che dava spazio non solo alla
liturgia, alla catechesi, ma anche alla carità. Si sviluppava una gara
di carità che chiamava alla Chiesa volontari che fino a quel momento
erano poco praticanti e che ora facevano i turni per assistere i giovani, di
giorno e di notte, per preparare i pasti, per accompagnarli ai colloqui nelle
varie comunità.
Ma quanto è lungo il cammino ancora da fare.
L'organizzazione del volontariato corre il rischio di staccarsi dalla linfa
vitale e spirituale della Chiesa e di non comunicare a sua volta le sue energie.
E' vero, alcuni gruppi parrocchiali si scambiano esperienze do vita con i rieducati
dalla preaccoglienza, come negli incontri di preparazione al Giubileo. Altri
gruppi accolgono, fanno visite, danno e ricevono testimonianze, approfondiscono
conoscenze: ma quanto c'è da fare perché la catechesi si avvalga
della ricca esperienza della comunità terapeutica e dei suoi metodi.
I giovani della preaccoglienza animano la liturgia vespertina della domenica
con i loro canti e le loro preghiere; nelle varie Messe si portano all'altare
diverse offerte in natura per sostenere le necessità dei due Centri:
ma quanto c'è da fare perché non si esaurisca tutto nel semplice
spettacolo, né nella pura ammirazione, ma fomenti la comunione dei cuori!
La comunità parrocchiale aveva un altro aspetto con cui riconciliarsi: con la sua missionarietà. Ora, l'attività per i tossicodipendenti ha avviato anche questa riconciliazione. Per essa, infatti, la parrocchia è diventata faro per tanti giovani e tante famiglie, che avevano bisogno di soccorso. La fama della sua carità si è diffusa ovunque. Tanti giungono per confrontarsi, per prendere spunto per avviare opere simili. I volontari sono chiamati per trasmettere la loro testimonianza.
3. La Riconciliazione Del Tossicodipendente Con Dio E Con La Chiesa
Lo stimolo per
questa riconciliazione della Chiesa con se stessa proviene proprio dalla forte
esperienza di recupero del tossicodipendente. Egli è l'icona viva del
mistero pasquale, di morte e risurrezione, di sconfitta e di vittoria, di caduta
e di recupero. Il tossicodipendente vive una forte frattura all'interno di se
stesso e, quindi, con Cristo e la sua Chiesa, da cui si è inevitabilmente
allontanato spiritualmente, prima ancora che fisicamente. Egli sa che il posto
di Dio è stato occupato da un altro, cioè dalla droga, che sulla
sua anima ha esercitato un potere assoluto, dispotico, che lo ha svuotato di
ogni valore e di ogni affetto. Egli è diventato solo. Per essa ha distrutto
l'affetto dei più caro. Dio non gli è solo assente, ma nemico.
Non riesce a sfuggire al suo giudizio per le colpe che ha commesso: furti, rapine,
violenze, prostituzione. Il semplice fatto do mettere piede in una chiesa richiede
una violenza su se stesso. Si sente indegno, senza possibilità di perdono.
Riconciliarsi è possibile, ma non senza un processo di liberazione, un
cambiamento interiore, un distacco dalle antiche schiavitù, esteriore
e interiore.
E' questa l'opera straordinaria compiuta dal Sangue di Cristo e veicolata dalla
preghiera di tutta la Chiesa e dall'amore gratuito, generoso ed umile dei volontari.
Ciò che all'uomo sembra impossibile, diventa possibile a chi ripone la
sua fiducia e la sua speranza nel Sangue di Cristo. E questa esperienza di riscatto,
così forte e così viva, diventa paradigma di ogni altra possibile
conversione. Perché altri cristiani devono disperare di vincere i loro
vizi, se possono con i loro occhi notare che anche il vizio della droga può
essere sconfitto?
4. La Riconciliazione All'interno Delle Famiglie
Un'opera molto
preziosa, coinvolgente ma anche straziante, è quella che viene svolta
a favore delle famiglie dei residenti. Viviamo in una società nella quale
la famiglia è in situazione di conflitto e necessita di una pacificazione.
Ai conflitti generazionali e di valori si aggiungono quelli specifici delle
famiglie dei tossicodipendenti. In esse si trovano conflitti che spesso precedono
l'assunzione di stupefacenti (violenze nell'ambito della coppia dei genitori,
abusi sui figli, separazioni, divorzi, tradimenti), che l'accompagnano (insubordinazioni,
delusioni, minacce), o che la seguono (fallimenti, indebitamenti, perdita di
reputazione, separazioni, affidamento di bambini, ecc).
Gli incontri costanti con i familiari sono un'opera paziente di riconciliazione,
anzitutto nella famiglia d'origine, che passa attraverso il riconoscimento dei
propri errori e la volontà di risolverli, con spirito nuovo e costruttivo.
Non tutto si riesce a sanare, ma a volte si assiste a dei veri miracoli di rappacificazione.
Da quest'opera con le famiglie dei tossicodipendenti è nato lo stimolo
a operare con altre famiglie della parrocchia, per prevenire eventuali conflitti
futuri. Sono nati così incontri o veri corsi per i genitori, dove si
affrontano e si confrontano le varie tematiche familiari.